Perchè la fotografia

“While there is perhaps a province in which the photograph can tell us nothing more than what we see with our own eyes, there is another in which it proves to us how little our eyes permit us to see.”
– Dorothea Lange (1895-1963)

It is true that storytelling reveals meaning without committing the error of defining it,
that it brings about consent and reconciliation
with things as they really are….
– Hannah Arendt “Men in Dark Times”, 1968

 

Il volto di una persona è composto sempre dagli stessi elementi: gli occhi, uguali e simmetrici, sono incorniciati in alto dalla graziosa linea delle sopracciglia, e separati al centro da quella del naso, che con decisione scende verso il basso unendo lo spazio della fronte a quello dalle labbra. Non che il resto del viso sia meno importante, anzi.

Le superfici convesse delle guance riflettono luci e ombre, sempre in movimento al ritmo della mimica facciale e soprattutto della danza delle emozioni. Sentimenti di gioia ma anche paure indicibili, felicità o tristezza, tutto traspare sui nostri volti, in quella affascinante – e alle volte durissima – sequenza di eventi che è la vita umana.

Quest’immensa gamma di espressioni, cicatrici, rughe, sorrisi o smorfie di dolore, sono anche uno dei soggetti più amati dagli artisti di ogni epoca e di ogni dove. Nel corso del tempo intere generazioni di pittori o scultori (o di tutte quelle categorie di artisti che ci perdoneranno per non averli citati) si sono lasciati affascinare dalla meraviglia del volto umano: che fossero di ricchi committenti, di papi, di regnanti assisi sui loro troni o più semplicemente di amanti e familiari, i loro visi sono stati catturati dalla mano ispirata dell’artista in un’opera fatta di tela o pietra che spesso è sopravvissuta ad entrambi.

Il secolo del Novecento ci ha poi introdotto ad una grande novità. Improvvisamente non è stato più necessario possedere l’abilità dell’artista per comporre un ritratto, poiché la macchina fotografia ci permetteva di scattare una quantità illimitata di soggetti in un modo semplice, immediato e neanche troppo dispendiosa. La vera rivoluzione non è stata solo nella facilità di utilizzo della macchina, ma anche nella riproducibilità delle immagini stesse: la singola immagine poteva essere stampata più e più volte in ogni tipo di formato, e finalmente  i ritratti uscirono da musei e gallerie per accompagnarci nei nostri viaggi e nel nostro quotidiano.

Quante volte abbiamo ritagliato le foto dei nostri cari da mettere negli album, nei portafogli, e quante volte siamo impazziti alla ricerca di quella foto, scattata chissà quando, sull’hard disk oramai strapieno.

Le fotografie – come i dipinti o le statue – una volta scattate sembrano non cambiare mai: restano immobili, silenziose, eppure sono ricche di ricordi – i nostri – che ci riportano ad un passato sempre più sfocato. Quante volte guardando e riguardando vecchie foto abbiamo sorriso, e quante sono ancora troppo dolorose da guardare? A questo punto verrebbe quasi da chiedersi: cos’è che ci rende felici o ci spezza il cuore nel guardare vecchie foto? Sono forse le foto stesse?

Una fotografia è fatta di semplice carta, al massimo dei pixel dello schermo dei nostri computer. Eppure la sua materia così fragile non la rende del tutto inoffensiva poiché una foto può essere più esplicita più di mille parole, rivolgendosi direttamente al nostro intimo o a ciò che proviamo in quanto membri della società civile. Le foto ci parlano, è questo il loro potere. Ci parlano di noi stessi, di coloro che abbiamo amato e addirittura di come il mondo sia cambiato, riassumendo interi libri di Storia (quella con la S maiuscola) in un solo scatto.

Ma non è questa la Storia che ci interessa.

Quella che vogliamo raccontarvi è un’altra storia (questa volta con la minuscola), ma non lasciatevi ingannare perché è forse più preziosa della prima. Sarà singola eppure fatta di tante storie quanti saranno i volti ritratti, ci parlerà di un mondo che conosciamo bene ma sarà soprattutto una storia vera, senza formalismi o luoghi comuni, narrata da persone vere che con incredibile generosità ci permetteranno di comporre dei loro stessi – e delle loro vicende umane – un ritratto fatto di immagini e parole, in cui forse potremmo anche noi rispecchiarci.

Oltre che dall’esperienza personale, alcune considerazioni contenute in questo breve articolo sono state tratte da due testi: “In Plato’s Cave” della raccolta On Photography  di Susan Sontag (1973) e il meraviglioso – oltre che arrabbiatissimo con i critici d’arte – Ways of Seeing di Peter Berger (1972)

Fotografia di Gabriella Codastefano ( da “Io Appartengo”, 2013 ).

Martina Giacomini

Ha studiato storia dell'arte e antropologia culturale.
È articolista e redattrice presso Italian Kingdom.

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