Je suis moi

Non è mio costume quello di scrivere sull’onda dell’emozione mentre partecipo a un momento di sbigottimento collettivo come questo. Nel settembre del 2001 ero grande abbastanza da capire cosa stesse accadendo a New York, ma decisamente troppo immatura per catturare con la scrittura quel senso di incredulità provato da chiunque abbia assistito al crollo delle Twin Towers in diretta televisiva. Nel gennaio di quest’anno, nonostante fossi più adulta e capace, ho pensato che fosse il caso di tenere la bocca chiusa di fronte a un evento che io stessa faticavo a spiegarmi. Quello che ora, a una settimana esatta dai fatti di Parigi, mi spinge a scrivere non è la presunzione né di aver capito cosa stia succedendo né di volerlo spiegare agli altri, ma riflettere su quello che accade quando si spengono le luci dei riflettori.

In vita mia sono stata a Parigi una sola volta, da turista, solo qualche settimana prima dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, per cui mi fece decisamente effetto vedere riflesse in televisione le immagini della cronaca di quei momenti e i video girati dai testimoni oculari della strage. I miei ricordi della città, ancora freschissimi, non coincidevano minimamente con quelle immagini: le cartine del centro di Parigi mi erano servite per calcolare le fermate della metro necessarie per arrivare all’Orangerie a un orario decente, non per segnare con un pallino rosso il luogo di un attentato dove troppe persone sono state uccise. Persone inermi, comuni, esattamente come lo sono io e come lo sono i miei cari. Persone che in un normale venerdì sera di qualche tempo dopo sono andate allo stadio, al ristorante, a sentire un concerto. E questo pensiero mi riempie di sgomento perché una di quelle persone crollate a terra potevo essere io, o qualcuno a me caro.

Non a caso chiamano ‛terror-ismo’ l’atto violento che consapevolmente intende instillare un senso di terrore nei cuori altrui, cuori che appartengono sempre a persone normali che vedono la realtà in cui vivono sconvolta dall’assurda decisione di premere un dito su un grilletto. In situazioni di questo tipo la prima, istintiva, reazione è quella di cercare responsabili e attribuire colpe a qualcuno o qualcosa: credo sia assolutamente normale e credo anche sia un tentativo più che comprensibile di affrontare il trauma.

Eppure provo un senso di profondo disgusto quando vedo come la mia lingua madre – amata e rivalutata soprattutto quando vivi all’estero – venga usata per la pletora di colossali stronzate (perdonatemi la volgarità) che alcuni volti della scena pubblica italiana hanno riversato su Twitter e Facebook in un ammirevole quanto deficiente tentativo di spiegare fenomeni oltremodo complessi e collegarli alle loro perenni campagne elettorali. E di come, in modo altrettanto deficiente di onestà intellettuale, molti giornalisti abbiano cavalcato l’onda del facile sensazionalismo senza troppe remore. Fortunatamente l’ondata di proteste che ha seguito l’oramai noto titolo di Libero del 14 Novembre – e i commenti smargiassi del suo direttore su Twitter – è rimbalzata praticamente ovunque e mi ha rincuorata vedere come da più parti stiano spuntando opinioni e articoli più seri e analitici. Scorrendone alcuni, sia di testate italiane che inglesi, il tema di fondo è essenzialmente uno:

«Non cediamo alla paura, perché così facendo faremmo solo il gioco dei terroristi»

Ho studiato per buona parte della mia vita e con ogni probabilità non smetterò mai di  farlo, ma mi rendo conto di come tutti i libri letti e il sapere acquisito non bastino ad arginare il senso di impotenza che ho provato in questi giorni mentre la BBC faceva sfilare i volti dei morti al Bataclan. Una cosa però negli anni l’ho capita e credo valga anche in questo caso: le spiegazioni troppo semplicistiche tendono a essere più sbagliate che giuste, nonostante sia facile cadere in tentazione e iniziare ad avere paura di chiunque abbia una barba lunga.

Credo che il gioco dei terroristi sia proprio questo: capovolgere il senso di sicurezza di chi vive nei paesi occidentali e trasformarlo in paura, facendo leva sul dubbio e sulle insicurezze di ciascuno di noi in quanto individui e in quanto membri di una collettività. È facile cedere alla paura di fronte ad una notizia così tragica e totalmente inaspettata, invocare soluzioni drastiche abbracciando posizioni guerrafondaie per poi tornarsene al sicuro della propria casa e del proprio quotidiano che, una volta svanita l’onda dell’emotività, torna a funzionare come prima. Ma è lì, proprio in quel momento di calma appena passata la tempesta, il momento in cui i telegiornali tornano a parlare di cronaca e di fatti nostrani, che accade qualcosa che tutti dovrebbero realmente temere, perché è lì che la paura si radica nel profondo e diviene naturale usare la parola ‛diverso’ per dire ‛pericoloso’, o i termini ‛rifugiato’ e ‛profugo’ come sinonimi di ‛terrorista’. La storia europea offre diversi esempi di questi (facili) slittamenti nella semantica di alcune parole e non mi sembra che abbiano dato risultati positivi.

Nel frattempo ho la ferma intenzione di continuare a lavorare e a studiare come un’ossessa perché mi rifiuto di lasciarmi condizionare dalla paura e dall’ignoranza altrui e perché, non credendo che la guerra sia una soluzione. Questa è l’unica forma di lotta che io possa accettare e l’unico modo che io conosca per arginare lo sconforto di chi osserva una realtà che improvvisamente smette di avere senso. Ma sopratutto perché le spiegazioni semplicistiche, cafone, e intrise di una retorica per cui non riesco a trovare un aggettivo appropriato, scusatemi tanto ma non mi bastano.

Je suis moi.
Martina.

Martina Giacomini

Ha studiato storia dell'arte e antropologia culturale.
È articolista e redattrice presso Italian Kingdom.

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