Di cene, bilinguismo ed empatia (parte terza)

Tra le storie di vita che ho potuto ascoltare facendo field work, ce n’è stata una in particolare che vale la pena di raccontare per intero.
D.G. è una giovane donna arrivata a Londra qualche anno fa con l’intenzione di studiare inglese in una scuola per stranieri:

«…la verità è che io sì, avevo studiato l’inglese, ma (venendo a Londra) per la prima volta l’ho fatto realmente. Io sapevo veramente zero di grammatica, zero di qualsiasi cosa, non avendolo mai realmente studiato»

Pur avendo studiato inglese a scuola, D.G. era passata attraverso professori di scuola superiore e corsi universitari non particolarmente efficaci; aveva studiato anche lo spagnolo ma, mentre faceva un master post-laurea, si era resa conto che qualcosa non andava.

«…ho iniziato veramente a sentire il problema (facendo il master in Italia). Lì mi sono detta: “no, io non vado da nessuna parte senza parlare l’inglese”. Mi sono sentita come se mi mancasse un braccio. Facevamo lezione e ogni volta che mettevano un video in inglese, io mi rendevo conto di non capire un’acca. Durante la lezione passavo due ore e mezza a guardare video, documentari, avevamo libri in inglese…e io-non-capivo-un-acca. Finivo la lezione, avevo visto tutte quelle immagini. E non avevo capito nulla. E lì ho iniziato a sentirmi inferiore. Mi chiedevo: “ma perché io, laureata e tutto, non parlo l’inglese?»

Da lì la decisione (rischiosa) di mollare il master e venire a studiare a Londra per quattro mesi. Rinvigorita dall’esperienza di studio, e soprattuto dall’essere entrata in contatto con un ambiente stimolante, D.G. finisce il master in Italia e prende la decisione di tornare a Londra, questa volta con l’intenzione di trovarsi un lavoro e vivere in una città che era finita con l’amare. Ma l’emozione dell’intraprendere una grande avventura era svanita in fretta:

«Sono arrivata qui e dovevo lavorare. È stato tremendo. Ho vissuto per un primo periodo in una casa con italiani, vivevo con il mio compagno che è italiano, uscivo fuori casa e non capivo nulla, neanche a fare spesa. È stato veramente tremendo per me…»

E ovviamente la difficoltà più grande è stata trovare lavoro. Con un inglese sicuramente migliorato ma ancora limitato, la scelta era ricaduta su un qualsiasi impiego come cameriera o commessa – scelta molto comune – mettendo da parte le sue aspirazioni professionali. L’esperienza dei quattro mesi di studio si era rivelata immediatamente una semplice “infarinatura”; non abbastanza per sostenere un colloquio di lavoro in tranquillità. E poi, col tempo, le cose erano finalmente cambiate.

«A un certo punto mi sono sbloccata e mi sono detta “vabbè, ‘sti cazzi! parlo!” E quindi parlavo, non lo so poi come parlavo sai?! Ho fatto un sacco di figuracce per via della pronuncia, delle figure davvero pessime (ride, ndr) (…) Però credo sia poi un qualcosa di psicologico. Se ad esempio fossimo in gruppo, e ci fossero delle persone che parlano la mia stessa lingua oltre a persone che parlano inglese, io non riuscirei a parlare inglese come lo parlo con una persona che so non può parlare la mia stessa lingua.
Credo sia anche una questione caratteriale. Cerco sempre di “andare verso” le persone, quindi il fatto che questa persona non parli la mia lingua non mi preoccupa: quello che per me conta è che io parli la sua. Per cui inizio a parlare, parlare, parlare e se sbaglio non mi preoccupo ma, se mi sento giudicata, allora lì mi blocco»

D.G. aveva l’incredibile capacità di farmi vivere, sulla mia stessa pelle, tutta la frustrazione e il senso di inadeguatezza provato in quei momenti. I suoi ricordi erano vividi, raccontati con franchezza e umorismo, e le sue riflessioni mi colpirono anche perché erano leggermente diverse da quelle che avevo ascoltato in precedenza.

Per lei l’ostacolo linguistico aveva fatto da cartina al tornasole per un malessere di tipo psicologico, legato al non sentirsi sicura delle sue possibilità. Per M.A. e P.S., che prima della partenza erano abbastanza sicuri dei propri mezzi, la difficoltà con la lingua aveva avuto a che fare più con la dinamica straniero-madrelingua (per usare la loro definizione): il divario linguistico, se c’era mai stato, era stato risolto escogitando delle piccole strategie nella sfera della comunicazione che maggiormente li preoccupava, modificando il loro approccio e acquisendo nuovi strumenti; in sostanza, evitando di fare giri di parole impossibili da sostenere in una lingua che stavano ancora imparando e ampliando il più possibile il loro dizionario – M.A. e P.S. sono i protagonisti della parte seconda di questa serie di articoli; se ve la siete persa, cliccate qui.

Per D.G., invece, il problema della lingua incideva su ogni parte della comunicazione quotidiana: l’inglese non era un semplice ostacolo ma un «muro», che le impediva di accedere a opportunità lavorative utili per la sua crescita professionale, o anche solo di esprimersi.
A due anni dal suo arrivo, quando ho avuto modo di incontrarla e di ascoltare il suo racconto, le cose erano considerevolmente migliorate: l’inglese era ancora un work in progress ma, camminando in sua compagnia per le strade del centro, l’ho sentita esprimersi in inglese without flinching, passando con naturalezza da una lingua all’altra nel momento in cui si rivolgeva a me.

«Non sento più quel muro» aveva aggiunto alla fine della nostra conversazione. «Il muro adesso non è il mio inglese, ma la mia insicurezza. Però il parlare in un’altra lingua mi crea ancora più insicurezze: se io adesso dovessi lavorare (nel mio settore) il mio problema non sarebbe il mio inglese ma la mia insicurezza, perché io sono non-sicura di parlare un buon inglese…»

E se ti capitasse un’offerta di lavoro?

«Mi butto, almeno ci provo»

Mentre alcuni avevano incentrato le loro riflessioni sul confronto con gli altri – dove per “altri” si intendo i nativi inglesi -, il racconto di D.G. mi aveva riportata alla dimensione più intima dell’esperienza da expat e cioè alle modalità con cui questa esperienza impatta sul nostro rapporto con noi stessi.

La percezione di “chi” e “cosa” siamo – e con essa la nostra autostima – deriva da almeno due fattori: la consapevolezza della nostra intima natura, combinata al riscontro che otteniamo da chi ci circonda e, siccome gli antropologi amano ripeter(si) che tutto è relativo, credo sia molto difficile (oltre che un po’ ingiusto) ragionare in termini di oggettività assoluta.

Però D.G. aveva messo in luce un altro aspetto della comunicazione e delle dinamiche tra parlanti di culture diverse, forse il più importante: quello che lei aveva definito “andare verso le persone”. La sua sensibilità – con cui io stessa ero entrata in risonanza mentre ascoltavo la sua storia – era diventata la chiave per la sua capacità di comprensione, a prescindere dalla lingua o dalla cultura, dimostrando come il comunicare non sia solo un fatto “tecnico” ma un fenomeno in cui alle volte emotività ed empatia giocano un ruolo fondamentale.

Vedendola chiacchierare e scherzare, come se niente fosse, e osservando come le risate si stampavano sulle facce dei suoi interlocutori, mi sono resa conto di come D.G. non avesse solo scalato il muro. L’aveva saltato con un balzo solo.

Nota al testo. Come per la seconda parte, le parole della mia informatrice sono riportate nel modo più fedele possibile all’originale. Le opinioni espresse sono assolutamente di natura personale, ma il tema della risonanza come fondamento per un nuovo approccio alla linguistica è il fulcro di un articolo di U. Wikan, Beyond the Words. The Power of Resonance, pubblicato nel 1992 su “American Ethnologist Journal”, vol. 19, n. 3, pp. 460-482, (ed. italiana Oltre le parole. Il potere della risonanza, in “Vivere l’etnografia”, a cura di F. Cappelletto, 2009)

Martina Giacomini

Ha studiato storia dell'arte e antropologia culturale.
È articolista e redattrice presso Italian Kingdom.

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