Di cene, bilinguismo ed empatia (parte seconda)

Chiacchierate con gli italiani di Italian Kingdom

L’argomento ‛lingua inglese’ non è esattamente una costante nelle conversazioni che ho avuto con gli expat italiani, per lo meno non è tra i primi a emergere. Non che siano reticenti nel parlarne, ma la sensazione che ho avuto è che l’argomento appartenesse alla pila delle ‘priorità dell’arrivo’ già risolte, soprattutto per chi viveva in Inghilterra da diverso tempo. Il tema mi interessava, non tanto per trovare conferme a vecchie polemiche sull’insegnamento dell’inglese nella scuola italiana, quanto per capire cosa realmente significasse lavorare, vivere e pensare nella lingua del paese d’adozione.

Sappiamo bene che padroneggiare una seconda lingua richiede una discreta dose di tempo e pazienza perché, per dirla con la terminologia usata da Dell Hymes, quella che dobbiamo sviluppare non è solo una competenza linguistica (la padronanza grammaticale dell’adulto), ma una competenza comunicativa (la padronanza delle regole che nell’adulto presiede al linguaggio socialmente e culturalmente accettato). Lo scoglio dell’apprendere una seconda lingua da adulti sta infatti nel dover sviluppare questa competenza nel minor tempo possibile, magari mentre siamo impegnati ad adattarci a una nuova realtà e a costruirci una carriera lavorativa.

Nel raccontarmi la sua esperienza personale, M.A. mi ha descritto con precisione il divario che in alcuni casi ha percepito nel rapportarsi con i madrelingua: nel suo caso, il confronto con l’inglese (e gli inglesi) è avvenuto quotidianamente senza particolari difficoltà, tranne per alcuni piccoli ostacoli incontrati a lavoro:

«Io credevo ovviamente di partire da un livello altissimo, dopo dieci anni di studio. Effettivamente il mio livello era buono, ma nonostante ciò mi sono dovuta confrontare con una realtà difficile, una realtà fatta di inglesi madrelingua che hanno degli standard moooooolto alti di valutazione e se non sei madrelingua, e se non sei assolutamente perfetto, te lo fanno pesare al minimo errore che fai.

E quindi tu ti senti sempre…perché per il resto, non… (esita, ndr) diciamo che nelle interazioni di vita quotidiana non c’è assolutamente nessun problema, però a lavoro se non sei realmente perfetto nelle interazioni te lo fanno pesare. Anche se capiscono perfettamente cosa stai dicendo, se non lo dici esattamente come lo avrebbero detto loro, ma solo in un modo vagamente diverso, ti fanno credere di non saper parlare l’inglese. Ti mettono seriamente in crisi, quando in realtà il tuo livello è alto».

«Pensi che sia dovuto magari a delle gelosie o gerarchie in ambito lavorativo?» le ho chiesto.

«No, no. Non soltanto con me, sono molto severi con tutti gli stranieri e proprio sui minimi aspetti della lingua e della pronuncia; te lo fanno notare anche se capiscono perfettamente quello stai dicendo, come se tu a un inglese facessi notare che ha detto ‘fraggola’, per sbaglio, anziché ‘fragola’. Magari gli è semplicemente scappato, in un discorso intero a uno straniero può succedere»

Per M.A. il trasferimento a Londra non è stato disagevole: mi ha raccontato di aver studiato seriamente l’inglese fin da piccolissima, e di nutrire un genuino interesse verso la cultura inglese, ma anche lei si è ritrovata a contatto con la solita pignoleria su accenti e pronunce. Ed è a questo punto che ha fatto una riflessione molto interessante:

«Voglio dire… conoscere una lingua non significa parlarla come un madrelingua: conoscere una lingua significa riuscire a farsi capire come se fossi un madrelingua, che è diverso. Non conta la pronuncia perfetta, non conta risultare nel parlato come un madrelingua. Conta avere la padronanza linguistica, la capacità di farsi capire nello stesso modo. E loro invece applicano un livello di severità assurdo considerando che probabilmente la maggior parte di loro non ha mai studiato né imparato una seconda lingua. Per il resto è chiaro col tempo queste cose svaniscono, magari accade soltanto agli inizi. Stando qui cambia tutto e dopo un po’ inizi a parlare esattamente come un madrelingua, ma ribadisco che partendo da un livello già alto può risultare difficile, in un contesto madrelingua, riuscire a non sentirsi discriminati per il modo in cui si parla».

Ovviamente non è detto che le esperienze individuali siano le stesse per tutti, ma esistevano dei punti in comune tra quella di M.A. e altre.

P.S., ad esempio, è a Londra da più tempo di M.A., ma ha un ricordo molto chiaro di come fosse stato non appena arrivato:

 «Il mio vocabolario era assolutamente limitato e quindi sentivo di avere quasi un handicap nei confronti del mercato del lavoro perché avevo difficoltà a esprimermi con una terminologia che per noi è importante in quanto professionale. Ricordo che quando iniziai il mio primo lavoro qui a Londra, la prima cosa che feci fu andare a cercare su internet il dizionario dei termini tecnici e imparare tutti i nomi delle cose che potevano chiedermi. Ero molto agitato al pensiero (fa una risatina, ndr). La fortuna è stata che il mio capo, anche lui emigrato a Londra, parlava inglese peggio di me»

«Mal comune mezzo gaudio» le ho detto.

«Mentre invece il professionista inglese sì… non è che si irrigidisce, però se ti dice una cosa e tu non lo capisci ti guarda come a dire “ma che t’ho fatto venire a fa’?”. Questa cosa per me è diventata gradualmente uno stimolo a capire determinate cose, ma mi ha anche creato alcune situazioni di … non di disinteresse, ma certo di crisi di fronte al mercato del lavoro. Perché avere a che fare con certe persone è costruttivo se tu sei in una posizione parallela alla loro»

«Nel momento in cui non ti senti minacciato e ti senti sostanzialmente in una posizione di equità…»
ho incalzato.

«Se sei sempre subordinato, ci sono delle situazioni in cui ti senti trattato un pochino ‘con le pezze’ e non è bello perché tu vieni da un paese straniero e hai necessità di inserirti (a livello sociale e professionale). Non è colpa tua se in certi momenti con l’inglese, chiaramente, hai difficoltà di comprensione, ma al tempo stesso devi essere tu a cercare costantemente te di crescere. E l’unico modo per farlo, purtroppo è sbagliando. C’è poco da fare… è solo più difficile»

In entrambi i casi il divario con i madrelingua non ha granché a che fare con una scarsa capacità espressiva, ma si entra nella sfera ben più complessa dei rapporti sociali e dell’accettazione degli stranieri. Dai loro racconti trapela un lieve senso di frustrazione, poiché per uno straniero è assolutamente necessario risultare convincente come se stesse parlando nella propria lingua e quindi essere preso seriamente, soprattutto a lavoro (o quando l’ufficio retribuzioni insiste col dire che «non possono esserci problemi con la busta paga perché il sistema non sbaglia mai» e che l’assenza di 800£ devi averla immaginata).

Eppure, nonostante la situazione non fosse sempre facilissima, anche P.S. ha lasciato trapelare un discreto ottimismo:

 «Il mio l’inglese da un punto di vista lavorativo è sicuramente migliorato: riesco a comprendere cose che prima rimanevano oscure, ma a un livello di comunicazione forse è anche un vantaggio il fatto che l’inglese non presenti una retorica linguistica molto complessa. Diciamo che se parlassi in italiano per me sarebbe più facile far intendere cose, o infilarle tra le righe: in inglese ho appunto un vocabolario più sintetico, vado dritto al punto. A volte»

«E questa è una cosa che ha funzionato

«Più che funzionare magari va a correggere una serie di miei difetti caratteriali, come il fatto di parlare troppo. Tendo magari a essere… no logorroico, tendo comunque a parlare tanto»

«Prolisso» ha aggiunto una voce (molto ben informata) dalla cucina.

«Esatto, a parlare troppo. E magari in inglese, paradossalmente, la necessità di farti capire, di evitare fraintendimenti, di fare grandi giri di parole, anche perché sei limitato dal vocabolario, forse aumenta la mia capacità di sintesi e, quindi, di comunicare»

P.S. e M.A. avevano descritto i difetti, e i pregi, di quella particolare situazione che i linguisti definiscono comportamento bilinguista – una variazione del bilinguismo puro che ha origine dal contatto tra comunità linguistiche differenti – e che in passato ha causato non pochi grattacapi a quegli esperti di linguaggio convinti che le lingue seguano una precisa serie di norme e agiscano sulla base di strutture chiare.

Ma c’è dell’altro, qualcosa di più importante della grammatica o della pronuncia perfetta, perché nella necessità di imparare una nuova lingua si nasconde il desiderio di essere compresi, di ascoltare tanto quanto di essere ascoltati, e di riuscire a esprimere tutto il nostro potenziale.

Nota al testo

Buona parte di questo testo è tratta dalle interviste che ho potuto raccogliere tra il 2014 e il 2015, di cui ho riportato solo degli stralci. Come per la prima parte, i nomi degli intervistati sono stati omessi e sostituiti con delle iniziali scelte a caso; le loro parole invece sono riproposte nel modo più fedele possibile.

Martina Giacomini

Ha studiato storia dell'arte e antropologia culturale.
È articolista e redattrice presso Italian Kingdom.

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