Di cene, bilinguismo ed empatia (parte prima)

Chiacchierate con gli italiani di Italian Kingdom

Qualche mese fa ho avuto una conversazione molto strana sui nomi delle cene inglesi.

Ero casa di G.C. e D.E., una coppia di italiani originari di Roma che avevano fatto la scelta di trasferirsi nell’assolata Inghilterra centrale. G.C. aveva ricevuto un’offerta di lavoro abbastanza allettante e insieme avevano deciso di impacchettare armi, bagagli – oltre a quel pericolo pubblico del loro gatto – e tentare la fortuna in un posto diverso e con una lingua diversa dalla propria.

All’inizio non era stato facile. L’inglese si era dimostrato ostico come al solito, anche perché non appena scesi dall’aereo avevano scoperto che l’accento delle Midlands era molto, ma molto diverso da quello, decisamente più pulito, di Londra e del sud dell’Inghilterra. Entrambi avevano cercato di prepararsi prima della partenza, riprendendo i vecchi libri di grammatica e cercando di migliorare la pronuncia con programmi ed esercizi, ma tutta la preparazione del mondo non avrebbe potuto salvarli dal solito ‘shock culturale’.

Come molti di voi avranno già avuto modo di sperimentare, c’è purtroppo una grossa differenza tra l’inglese insegnato a scuola a noi italiani e la lingua usata quotidianamente nel Regno Unito, non solo per una questione di accenti, ma anche perché la ricchezza e la varietà di una qualsiasi lingua sono impossibili da condensare in 10 units su un libro di grammatica.

Eppure con un po’ di pazienza, e interminabili conversazioni telefoniche in cui cercavo come meglio potevo di aiutarli, le cose finalmente avevano iniziato a girare e la barriera linguistica non era sembrata più insormontabile. Così una sera d’inverno, mentre D.E. ci stava servendo un’autentica meraviglia di filetto in crosta, ci avventurammo in un’accesa discussione sull’esatta differenza tra i termini ‛lunch’, ‛dinner’ e ‛supper’ da cui ci salvò solo il primo dizionario a portata di mano, il cui responso non ci sembrò troppo chiaro.

Lunch: noun, a meal eaten in the middle of the day, typically one of that is lighter or less formal than the evening meal.

Dinner: noun, the main meal of the day, taken either around midday or in the evening. A formal evening meal, typically one in honor of a person or event. ORIGIN Middle English: from the Old French disner.

Supper: noun, an evening meal, typically a light or informal one.

Stando a contatto con i madrelingua inglesi, ognuno di noi era incappato almeno una volta in queste sottili differenze ma, complice l’abitudine mediterranea del cenare tardi, nessuno di noi era riuscito ad afferrarla del tutto. Alla fine fu G.C. a commentare in un modo piuttosto azzeccato:

«Ma è come in Downton Abbey! ‛Dinner’ è per la cena seria, quando sono tutti in tiro con lo smoking, il vestito lungo e i gioielli, ‛supper’ è una cena più frugale»

La scena a cui assistetti quella sera, per quanto possa sembrare un semplice aneddoto, mi permise di riflettere su un argomento che in quanto espatriata non potevo non conoscere. Chiunque abbia lasciato il proprio Paese per un altro conosce molto bene il processo di adattamento a una nuova realtà linguistica, processo che non riguarda solo l’imparare una nuova lingua e riuscire a padroneggiarla con naturalezza, ma anche il riuscire a comprendere tutto quello che troviamo “attaccato” alla lingua e che distingue quella particolare, chiamiamola così, ‛comunità di parlanti’.

Quella sera a casa dei miei amici – diventati informatori per le mie ricerche – mi sono ritrovata di fronte a un tentativo di interpretazione di una cultura differente dalla propria: G.C. e D.E. avevano avuto modo di ascoltare i diversi termini dai madrelingua inglesi, soprattutto dai colleghi al lavoro, ma la sfumatura dei significati era stata difficile da cogliere nonostante si trattasse di un argomento banale. Eravamo infatti tutti convinti di aver capito la differenza tra ‛lunch’ e ‛dinner’ il primo giorno di scuola, per cui l’esserci ritrovati in dubbio era stato persino imbarazzante. Quando però G.C. fece il riferimento a una delle sue serie preferite, non potei fare a meno di ridere sotto i baffi.

Da diverso tempo a questa parte persino il mondo accademico sta infatti flirtando con l’idea che i prodotti dell’industria di intrattenimento («quella televisiva! così… commerciale! che orrore!!») riescano a farsi veicolo di significati culturali e soprattutto di riuscire a renderli ampiamente fruibili, grazie a un sapiente uso del trucco più vecchio che ci sia – il raccontare una storia – per cui ero affascinata dal fatto che un programma televisivo fosse riuscito a spiegare a una straniera come, per una serie di ragioni evidentemente storiche e sociali, la società inglese individui con precisione la circostanza che porta i suoi cittadini a sedersi attorno a un tavolo: i termini ‛lunch’, ‛dinner’ e ‛supper’ non si contraddistinguono solo per il momento della giornata in cui viene consumato il pasto, quanto per la formalità dell’evento (e il necessario dress-code). Come giustamente commentò D.E. quella sera, la società inglese era molto cambiata dai tempi descritti in Downton Abbey e difficilmente le fasce medie borghesi vanno a cena in abito lungo, ma la differenza resta e i termini sono di uso assolutamente comune.

La sfida dell’imparare una nuova lingua è in queste situazioni al limite del paradossale: difficilmente un testo scolastico o accademico fornisce informazioni di questo tipo e, pur trattandosi di una lingua europea di ampissima diffusione, l’inglese presenta una serie di particolarità che vanno apprese solo parlandolo, e soprattutto ascoltandolo.

Nel 1929 Edward Sapir – uno dei più grandi linguisti mai vissuti – scriveva:

«La comprensione di un singolo poema […] comporta non solo la comprensione di ogni singola parola […] ma una comprensione piena della vita di una comunità così com’è rispecchiata nelle parole, o come viene suggerito dalle loro implicazioni».

Insomma, per dirla con le parole di Christine Jourdan e Kevin Tuite, «language is, by its very nature, a competence shared by a community» e, verrebbe da aggiungere, questa competenza viene generalmente acquisita quando si viene cresciuti in quella comunità linguistica ed educati alle sue regole fin da piccoli. Per uno straniero invece, la difficoltà può essere duplice: non solo abituarsi a una diversa grammatica e soprattutto a una diversa fonetica – croce e delizia per tutti coloro che sono cresciuti nel bacino delle lingue romanze – ma imparare l’intero potenziale linguistico con tutti i suoi generi, dalle metafore preferite durante le conversazioni informali, ai giochi di parole, fino ai modi di dire.

Però sarebbe carino se il dizionario avesse un appendice.

Nota al testo

È oramai pratica comune in antropologia omettere i nomi dei nostri informatori di campo. Nata come precauzione per proteggerli da eventuali ripercussioni o critiche, questa consuetudine è oramai una clausola fondamentale del lavoro etnografico, sancita anche nel codice deontologico. Ciò significa che, per tutti coloro che gentilmente hanno prestato i loro racconti o partecipato alle interviste che ho condotto per questa ricerca, i nomi saranno indicati solo con iniziali scelte a caso, pseudonimi o qualsiasi altro metodo precedentemente concordato.

La citazione di E. Sapir è tratta da The Status of linguistics as a science, pubblicato nuovamente in una raccolta di suoi scritti del 1949. C. Jourdan e K. Tuite sono invece i curatori di Linguistics, Culture, and Society. Key Topics in Lingiustic Antropology, Cambridge University Press, 2006.

Martina Giacomini

Ha studiato storia dell'arte e antropologia culturale.
È articolista e redattrice presso Italian Kingdom.

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