Aria di cambiamento

Si respira aria malata nelle città europee. Se in Italia la notizia è stata largamente diffusa dai media durante le festività natalizie, nel resto d’Europa il dibattito sulle cause e sopratutto le conseguenze di un inverno anomalo non è stato meno intenso. D’altra parte, neanche oltre-manica le margherite sbocciano a Natale per morire a Gennaio.

Persino affidarsi ai luoghi comuni di una Londra sempre piovosa e immersa nella nebbia diventa difficile quando il servizio della metropolitana, in una calda giornata di metà Dicembre, è costretto a ricordare ai passeggeri di bere ed idratarsi il più spesso possibile. In aggiunta, il forte aumento di malattie correlate all’inquinamento, registrato dal rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è un’ulteriore segnale che il problema supera la soglia dell’invisibilità e gli oltre 7mila decessi annui legati ad un vero e proprio avvelenamento estendono il problema a livello sanitario oltre che climatico.

L’emergenza smog difficilmente sarà risolta con i soli e sporadici interventi che le amministrazioni propongono in fase d’emergenza tra targhe alterne, blocchi del traffico, e mezzi pubblici gratis; come si è visto durante le recenti festività nella città di Milano o come testimoniano le misure straordinarie alle ancora più straordinarie nevicate di questi giorni.

Per questo è importante parlare ancora dell’accordo di Parigi del 13 Dicembre 2015.

L’accordo di Parigi ha contrassegnato una svolta dal punto di vista politico e diplomatico sul cambiamento climatico, in cui 195 Paesi hanno sottoscritto un piano comune contro l’innalzamento della temperatura media globale. Un successo diplomatico senza precedenti, fortemente voluto dal Presidente Hollande, in cui Parigi lascia in eredità un’ambientazione nella quale dovranno essere pensate e pianificate le politiche energetiche mondiali.

Una maratona di due settimane di incontri, si è conclusa con un patto estremamente ambizioso. Tuttavia, gli obiettivi che gli Stati si sono dati, non sono molto realistici. Le trentuno pagine dell’accordo, impegnano gli Stati più ricchi a versare miliardi di dollari alle nazioni più povere affinché possano combattere l’innalzamento del livello del mare e il clima estremo, e mobilitano tutti i Paesi a iniziare prontamente il passaggio verso l’utilizzo di energie pulite. Il documento è legalmente vincolante, ad eccezione delle azioni per ridurre le emissioni inquinanti da parte dei singoli Paesi; infatti se uno dei 195 Stati fallisce l’obiettivo, non avrà sanzioni.

A iniziare dal 2018, i delegati dovranno ritrovarsi per valutare i progressi fatti, e da parte di molti si attendono nuovi, ancora più ambiziosi piani entro il 2020. L’idea di base è che l’accordo appena raggiunto e i progressi tecnologici possano cambiare così radicalmente il mercato delle rinnovabili da far sì che molte nazioni possano affrontare la transizione in modo più rapido e persino più economico del previsto. Inoltre, per entrare in vigore nel 2020, il testo dovrà essere ratificato da almeno 55 paesi che rappresentano il 55% delle emissioni mondiali di gas serra.

Date le attuali emissioni, per raggiungere l’obiettivo di contenimento del riscaldamento a 1,5 gradi, bisogna ridurre le emissioni di anidride carbonica a zero in tempi estremamente rapidi, rimuovendola dall’atmosfera e immagazzinandola altrove. Questo si può fare piantando alberi, aumentando l’assorbimento di anidride carbonica da parte del suolo o sfruttando l’energia da biomasse accoppiata a sistemi di sequestro dell’anidride carbonica sottoterra.

Dati i fallimenti degli anni passati, pochi delegati si sarebbero attesi un documento di così forte impatto politico. Cosa è cambiato? La realtà scientifica. Le ultime ricerche indicano infatti che l’innalzamento del livello dei mari, potrebbe spazzare via interi Stati anche se l’aumento delle temperature dovesse limitarsi a 2 gradi.

Tra le conquiste dell’accordo raggiunto, vi è certamente l’ok ai fondi “anti-carbone”: sono infatti previsti 100 miliardi di dollari all’anno erogati dai Paesi di vecchia industrializzazione per sviluppare e diffondere le tecnologie verdi per de-carbonizzare l’aria.

Non mancano le critiche di organizzazioni non governative come l’Oxfam che ha parlato di un accordo che non è più che una vaga garanzia per i Paesi più poveri e vulnerabili. I punti critici più significativi sono in linea di massima tre: 1) obiettivi a lungo termine con il rischio di non centrarli 2)la mancanza di una data prevista per lo stop alle fonti energetiche fossili 3) le misurazioni dei controlli che saranno procurate dalle stesse nazioni interessate.

Compagnie petrolifere e governi esportatori di petrolio sono due delle parti più contrarie a qualunque accordo sul clima, spesso usando la propria influenza in Medio Oriente per allontanare altri dal tavolo delle trattative.

Negli ultimi anni, gli ambientalisti hanno attaccato il consumo di combustibili fossili in ogni modo, continuando ad affermare che essi debbano restare dove sono, ossia sottoterra, perché il mondo sia al sicuro. La loro strategia ha contribuito a tenere viva l’attenzione sul cambiamento climatico e oggi, a quanto pare, i rappresentanti di quasi 200 Paesi sembrano finalmente dare loro ragione. La sfida per il futuro sarà sopratutto a livello sociale, educando probabilmente le parti a trasformare delle decisioni globali in misure locali che non siano drastiche ma sostenibili e trasversali tra i paesi firmatari dell’accordo. Solo “chiudendo un occhio” sulla geografia politica, a partire dal 202o, si potranno realmente raccogliere benefici da queste scelte. 

Passare dal mondo dominato dai combustibili fossili a quello delle energie pulite non sarà né agevole né semplice, sopratutto a livello di impatto economico. Basta pensare che per molti imprenditori e non, è ancora complicato capire su quale settore creare investimenti e su dove investire il loro denaro. Dai gestori dei fondi d’investimento, alle banche, ai finanziatori dell’energia, molti hanno chiesto di avere qualche risposta chiara su quale fosse la direzione da intraprendere.

Ora, finalmente, hanno avuto la risposta che attendevano.

Fotografia di copertina di Stefano Broli.

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