Uppercase – IK Theme

«Agosto: pomeriggio al mare col mio migliore amico, come ai vecchi tempi. Ultimo giorno di vacanze e poi entrambi via a rincorrere sogni e chimere. Lui a Milano, io a Londra. Non troppo distante da noi una famiglia vecchio stile sorseggia caffè freddo sotto il solleone, offrendone un po’ a un affaticato venditore ambulante che passa da lì. Io e Ale osserviamo la scena in silenzio, si è fermato il tempo. Pensi mai a quello a cui abbiamo rinunciato? Se abbiamo davvero fatto la scelta giusta? Non saprei, ma rifarei tutto quanto dall’inizio. Ritorneresti mai tu? Forse, ma ora non possiamo. D’un tratto i due ragazzini sempre troppo ambiziosi son diventati grandi. 

Inverno 2013: sono un ventiduenne italiano come tanti, disilluso, arrabbiato con il mondo e con la testa piena di sogni impossibili. Cerco un compromesso di vita mentre i giorni mi scivolano addosso leggeri, diventando settimane e poi mesi. Non ci riesco: la musica è tutto per me, penso. Scrivere per il grande cinema: ecco che cosa sogno davvero! Ma come faccio? I pochi con cui ne parlo mi sorridono, ammirano la mia infantile ingenuità. Più il mondo fuori strofina per cancellare i desideri dal mio cuore, più loro diventano visibili. Mi convinco di essere un’isola. Allora dico basta, vado via. Lasciatemi solo col mio sogno in un posto dove possa davvero combattere per il mio futuro. Gatwick Airport, posto 15F. 

È solo quando rimaniamo distanti per un po’ di tempo che comprendiamo davvero le nostre radici. Riconosciamo anche il più fragile legame con la nostra terra, accettiamo i suoi limiti. Terza Legge di Newton, chi l’avrebbe mai detto. Tiro il fiato, sono passati due anni e sono un’altra persona. Un’altra vita, un’altra energia, prospettive impensabili. Eppure mi sento ancora un’isola, qualcosa manca sempre all’appello delle cose che avrei dovuto cambiare nella mia vita. Quando me ne accorgo gli affetti lontani risuonano più forte, li sento scagliarsi contro la mia pelle legnosa come mare in burrasca. Magari ritornando a casa quel vuoto lo colmerei. Ma no, brucerei ogni singolo sforzo fatto.

Forse era destino che la mia strada si incrociasse con quella di Italian Kingdom proprio nel momento in cui questo dilemma era più forte. Per la prima volta era gente di casa mia a chiedermi di alzar la mano e dire ‘ci sono anch’io, mi chiamo Marco e sono un musicista’. Qualcosa di istintivo, quasi infantile, dev’essersi risvegliato. Quante storie incredibili, quante altre singolarità nel buco nero che cerchiamo tutti di lasciarci alle spalle. Potrei scrivere qualcosa, penso! Torno a casa e registro chilometri di improvvisazioni per giorni. 

Uppercase è un lavoro nato da questo istinto semplice. Scrivere musica è un processo molto irrazionale, difficile da descrivere verbalmente. Lo fai e basta. Mi piace pensare a questo brano come un simbolo dei nostri sogni in maiuscolo, nei suoi marcati cambi ritmici e dinamici o nella sua energica grandiosità, un po’ insolita per un musicista tendente ad atmosfere più intime come me. Questa città dividerà sempre, è nella sua natura di opera a dismisura d’uomo. Magari un giorno la chiameremo casa, o magari non lo faremo mai. È così importante? Nostalgia e ricordi resteranno sempre dentro di noi per indicarci la strada percorsa finora e quella per ritornare. Forse, l’unica cosa che conta è tener sempre fede al proprio cuore ovunque ci porti. Ed è bello per una volta non sentirsi tanto un’isola in mezzo a questo oceano».

Marco Caricola

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