“Migrant Tomatoes”: Francesco Amorosino ci parla del suo progetto fotografico vincitore al Sony World Photography Award 2016

A fine Aprile, hanno avuto luogo a Londra i Sony World Photography Awards 2016, una delle più prestigiose competizioni del panorama fotografico mondiale che ha acceso i riflettori su ben 9 italiani fra vincitori e finalisti del concorso Professionisti. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare uno dei fotografi premiati, Francesco Amorosino, che ha portato a casa il primo premio per la categoria “Natura morta”.

Nato a Rionero in Vulture (Pz) nel 1984, Francesco vive a Roma ed è stato premiato per la serie “Migrant Tomatoes”. Dopo aver frequentato la Scuola Romana di Fotografia e Cinema (ndr. come molti della nostra redazione), ha iniziato a lavorare come fotografo sia in ambito commerciale che come visual storyteller, dando molto spazio alla sua produzione personale. Proprio questa sua capacità di racconto con le immagini gli ha permesso di vincere il primo premio al Sony World Photography Award 2016 nella categoria still-life (natura morta), fin troppo spesso considerata un’esercizio di stile anche da fotografi affermati, ma che in questo caso racconta una storia di cronaca.

Francesco ha passato un po’ di tempo con noi di Italian Kingdom e rispondendo alle nostre domande ha trovato anche il tempo di dare qualche consiglio ai giovani fotografi emergenti.

«…»

«Si è trattato di un evento abbastanza incredibile. Da quando mi hanno telefonato fino alla premiazione avevo paura di svegliarmi da un sogno. Ora mi sembra di aver compiuto un bel passo in avanti e di avere una importante prova che le scelte che ho fatto fossero giuste e che ho il dovere di continuare a raccontare le storie che mi colpiscono.»

Parlaci del tuo progetto, “Migrant Tomatoes” aka “Pomodori Migranti”.

«Ebbene sì, quegli oggetti ovali sono proprio pomodori! Le venature marmoree altro non sono che terra e sulla superficie si possono vedere le impronte di chi li ha raccolti. I pomodori che ho usato sono quelli che ogni anno la mia famiglia compra per produrre la salsa che poi mangiamo tutto l’anno. Mi ha sempre affascinato questo rituale familiare, però l’anno scorso le tanti morti nei campi per le alte temperature e l’attenzione al fenomeno del caporalato mi hanno fatto vedere i pomodori con occhi diversi. Per questo quelle impronte sono diventate per me una testimonianza di storie distanti eppure molto vicine, e per questo più dolorose.»

Perché hai scelto un mezzo come lo still-life per parlare di un tema di cronaca/attualità.

«Ho riflettuto per un anno su come raccontare questa storia. Mi succede spesso che un progetto maturi dentro di me anche per anni e poi all’improvviso giunge il suo momento e bastano poi pochi giorni per farlo diventare realtà. Quando ho visto i pomodori sporchi di terra che mia nonna aveva comprato per la salsa e i miei occhi sono caduti su quelle impronte nei residui di suolo, ho capito che la storia era lì, non serviva altro. In questo modo il messaggio arriva più vicino a noi, a differenza delle foto classiche di reportage sociale, ormai talmente inflazionate da risultare inefficaci ai nostri occhi anestetizzati.»

Pensi l’espressione fotografica sia un percorso d’apprendimento o una presa di coscienza? 

«La fotografia, come tutte le forme d’arte, ha molte possibili funzioni, spesso sottovalutate o percepite solo al livello inconscio. Di certo è un modo per chi scatta e chi guarda le immagini per capire qualcosa di più del mondo e di se stesso. Ci mette di fronte a sensazioni e messaggi che possono portare a una crescita interiore e al rinforzarsi dell’autocoscienza. In questa serie in particolare c’è anche la componente del dolore: vedo queste immagini come un luogo protetto in cui sentirsi liberi di soffrire, di accogliere e comprendere le tragedie altrui e così di apprezzare di più ciò che abbiamo. 

In realtà la fotografia non è l’unico mezzo che uso (mi dedico anche al disegno e alla scrittura), ma di certo è quello con cui mi trovo più a mio agio. Della fotografia mi piace l’immediatezza di realizzazione, l’universalità e il potere di sintesi, oltre alla possibilità di creare racconti associando più immagini. La vedo come una forma d’arte affine al fumetto e alla poesia.»

Che ruolo ha avuto la Scuola Romana di Fotografia per te la formazione tecnica?

«La scuola è stato un luogo magico. Finalmente ero libero di sperimentare, di scoprire nuove tecniche e diversi modi di raccontare. Il confrontarmi con generi mai provati e con i docenti e gli altri studenti è stato fondamentale per crescere e capire che quella era la mia strada. La conoscenza tecnica, lo studio della luce, è fondamentale, ma è soprattutto il capire la piena potenzialità della fotografia nel raccontare storie che ha segnato il mio percorso.»

Che consiglio daresti ad un appassionato di fotografia?

«Cercare di capire cosa si vuole davvero raccontare ed esprimere, insomma essere se stessi. Non si deve cercare di replicare le foto e gli stili altrui, questo porta solo alla massificazione e all’impoverimento del mezzo. Sperimentate più che potete senza essere estremisti. E poi cercate di scattare le foto prima nella vostra mente e poi con la macchina fotografica. Alla fine noi vediamo con il cervello e con il nostro vissuto, e con questi dobbiamo anche fotografare.»

Non possiamo che essere d’accordo con lui.

Photo courtesy of World Photography Organisation / Robert Leisen.

IK

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