Regista, produttrice, scrittrice: CinemaItaliaUK intervista Luisa Pretolani

Continua il nostro appuntamento con le interviste ai professionisti del cinema, questa volta abbiamo incontrato Luisa Pretolani, regista e produttrice ravennate trapiantata a Londra, che il pubblico di CinemaItaliaUK riconoscerà senz’altro come una delle moderatrice abituali di tanti nostri Q&A.  E se di solito è Luisa ad animare gli incontri con le sue interviste ai nostri ospiti, oggi abbiamo il privilegio di poter rivolgere a lei qualche domanda e conoscere in anteprima i nuovi progetti su cui sta lavorando.

Regista, produttrice, scrittrice, una carriera poliedrica tra l’Italia, New York e Londra. Ci racconti un po’ di te?

Sono partita dall’Italia ne ‘93 per fare un corso di filmmaking alla New York Film Academy a New York, doveva essere un’esperienza breve di un’estate, poi rientrare a Bologna, laurearmi e trovare il ‘posto fisso’… non è andata proprio così. Sono si rientrata brevemente a Bologna per discutere la tesi, ma poi sono ripartita e mi sono stabilita in America per 10 anni. Mi sono laureata in Media e Film Studies alla New School. Quello che mi piaceva dello studiare a NY era che, allo stesso tempo, avevo la possibilità di lavorare nel cinema indipendente e poter affiancare la teoria alla pratica sul campo. Poi una produzione tira l’altra e sono passata da runner a script supervisor (la posizione migliore sul set per poter imparare tutto!) alla regia dei corti e poi i tre lungometraggi in Italia con la mia casa di produzione e la VACA produzioni, fino all’importante collaborazione con Massimiliano Valli. L’arrivo a Londra intorno al 2003 per motivi familiari e non professionali, non fu semplice, anzi! Ero molto abituata al modo di lavorare americano e il periodo di aggiustamento non fu immediato. Grazie alla scrittura e alla produzione indipendente ho potuto tenermi in contatto sia con l’Italia sia con l’America e questo mi ha permesso di continuare a sviluppare i vari progetti che avevo in mente e di collaborare a produzioni di altri colleghi.

Hai lavorato a lungo a New York prima di tornare in Europa, quali sono le differenze principali tra il mercato cinematografico americano e quello inglese?

Penso che la differenza più marcata sia l’idea che il “cinema è business” e questo pervade il mondo del lavoro americano. Anche in Inghilterra il cinema è visto come ‘enterprise’ ma solo negli ultimi 10 o 15 anni mi sembra che si siano aperte veramente delle possibilità più democratiche di accesso al mondo cinematografico; grazie sicuramente anche a un avanzamento della tecnologia che permette un approccio più facile al mezzo stesso. La distribuzione, specialmente quella via internet, permette a tutti di creare e produrre film che possono essere poi essere visti da chiunque. E questo ‘chiunque’ ha poi lui stesso la possibilità di essere esposto al mondo della produzione, imparare e fare. C’è un’alfabetizzazione mediatica che permette di farsi conoscere in modi che fino a 5 anni fa non erano possibili… e trascendere le vie più convenzionali e alle volte più costose sia da un punto di vista economico che emozionale.

Impegno sociale e il desiderio di raccontare il lato più intimo e umano di storie eccezionali, come ad esempio il caso dell’affascinante Mandy’s Choice. Cosa ispira la scelta dei tuoi progetti?

La persona, noi, tu ed io, i nostri gesti particolari, le parole e quello che ci spinge ad andare avanti, o a restare in apnea. La storia di Mandy mi ha interessato perché avevo letto un articolo sul medico che aveva inventato il procedimento per estrarre sperma da uomini paralizzati o da uomini in stato di coma, o morti da poche ore. Lo contattai e feci un breve pezzo su di lui, ma sapevo che per avere la storia completa, dovevo avere la famiglia che sceglieva di fare quest’esperienza direttamente. Mi ero da poco trasferita a Londra e fu allora che il dott. Capman mi telefonò e mi disse di Mandy e della perdita del marito. Presi il primo aereo e passai quasi un anno con lei nella periferia di Denver. Sono molto grata a Mandy e alla sua famiglia di avermi fatto entrare nella loro vita in un momento così importante e drammatico allo stesso tempo. Con Mandy’s Choice volevo riuscire a far vedere la storia di una giovane donna improvvisamente diventata vedova e cosa l’aveva spinta a non arrendersi di fronte alla morte… per lei riuscire a concepire il figlio che era in programma nella loro vita di giovani sposi era un modo non solo di mantenere una promessa al marito, ma di poter conservare una parte di lui nel figlio. Penso molti di noi farebbero qualsiasi cosa per poter strappare alla morte quella finalità assoluta. Lei a suo modo un po’ ci è riuscita, ed io ho avuto la grande opportunità di poter condividere questa sua battaglia.

Dopo la lunga esperienza con Discovery Channel hai deciso di tornare alla regia con The Lift, cosa ti ha spinto a tornare dietro la macchina da presa?

La grande voglia di poter raccontare storie a modo mio. Mi è servita l’esperienza a Discovery, certo un tipo di produzione molto diverso quella fatta per un canale televisivo, ma dal quale ho imparato molto. Poi ad un certo punto mi si è presentata l’opportunità di portare sullo schermo la toccante storia scritta da Mark Clementson e con un cast eccellente, in primis Ivano Marescotti, attore italiano di fama internazionale con il quale avevo già avuto il piacere di lavorare nel 2003 nel mio lungometraggio Bérbablù.

Come è nato questo progetto e cosa ti ha affascinato maggiormente del personaggio di Ed e della sua storia?

Il progetto è nato molti anni fa, Mark ed io lavoravamo insieme a Discovery, tra un montaggio e l’altro, lui mi accennò alla sua passione per la scrittura, io gli chiesi di leggere un paio delle sue short stories e da li cominciammo a parlare della possibilità di tramutarle in cortometraggi. Mi piacque la storia di Ed. The Lift era all’inizio una storia diversa, poi è cambiata e si è trasformata nel racconto di un uomo poco soddisfatto della propria vita vissuta, e della sua ‘antipatia’ per tutti quegli altri che popolano la sua memoria. In verità il suo malessere cela ben altro… il suo monologo spesso sarcastico cela il profondo dolore per la grande perdita che sta per colpirlo. Teme una sua incapacità nel riuscire a gestire una separazione assoluta e ‘innaturale’, teme che la sua mancanza di coraggio che sente aver contraddistinto la sua vita, ancora una volta si paleserà e gli toglierà la possibilità di essere presente nel momento più importante. Ed è la grande paura che abbiamo tutti davanti alla morte… per la mancanza di risposte che abbiamo, il terrore di soffocare anche noi nel dolore e l’allontanamento da qualunque certezza.

Dopo vari documentari e feature length fiction, perché la scelta di cimentarti in un cortometraggio?

Ho fatto vari cortometraggi negli anni, infatti come molti colleghi ho cominciato con un corto. La dinamica di questo formato è moto diversa: pochi minuti per raccontare una storia, pochi minuti per riuscire a catturare l’attenzione del pubblico, con un messaggio interessante. Ed di The Lift è certamente il personaggio giusto per ritornare a fare cinema in questo formato.

Il progetto sarà in parte finanziato attraverso una campagna di crowdfunding. Ce ne parli?

Sì, il bello del crowdfunding è l’indipendenza creativa che può essere garantita al progetto e a chi lo produce, non solo: ti permette anche di farlo decidendo un po’ all’ultimo come abbiamo fatto noi che in giugno abbiamo deciso di preparare la produzione per metà ottobre! Mark ed io ci siamo focalizzati sulla storia, l’abbiamo messa a punto e poi ho contattato la mia agente e la sua agenzia ESRL e abbiamo cominciato a pensare all casting. I finanziamenti sono fondamentali per la riuscita e devi pensare a come riuscire a produrre e a raccontare la storia in modo creativo e che non comprometta la storia in sé il suo carattere definitivo e unico.

Una ricerca commissionata di recente da Directors UK ha rivelato che tra il 2005 e il 2014 solo il 13.6% di film sono stati diretti da donne. Credi ci sia un pregiudizio nel mondo del cinema? Quale é stata la tua esperienza?

Sì, c’è sicuramente un pregiudizio – e non solo nel mondo del cinema – sulle capacità delle donne in lavori che sono “hands on”. Non solo, occuparsi di regia a tempo pieno significa anche riuscire a gestire una possibile famiglia, avere un’indipendenza finanziaria alle volte che non ti compromette nel fare scelte contrastanti con la tua passione artistica. Ma questo, come ho detto, avviene per tutte le professioni dove la donna deve essere un leader o un manager. Gli orari spesso non sono convenienti e, a parte questo, è necessario sperimentare la propria capacità creativa senza vincoli che siano di luogo o di finanze e men che meno di affetti. È necessario trovare la forza del proprio fare e delle proprie idee in un mondo ancora molto maschile che trova difficile prendere direttive dalle donne… ma le cose stanno cambiando e questo mi entusiasma molto. Agenzie come BECTU, BAFTA e Directors UK stanno facendo moltissimo in questo campo, ci sono anche fondi solo per donne che si occupano di filmmaking e che vogliono provarsi in questo campo. Io sono stata fortunata perché ho una famiglia e amici che si sono adattati e hanno appoggiato i miei ‘cambiamenti di rotta’, ma devo dire che sono anche molto testarda e molto entusiasta di quello che faccio e alla fine la combinazione di questi due elementi è vincente.

Oltre a The Lift e alla tua nuova casa di produzione River Crossing Production, ti occupi anche della direzione della Draper Film Academy. Ci racconti qualcosa?

La DFA è nata nel 2014 come progetto sperimentale coi ragazzini del quartiere dove vivo a Elephant and Castle. Elephant and Castle è uno dei quartieri al momento maggiormente interessato dalla così detta “gentrificazione”, il che ha  comportato la distruzione di gran parte del quartiere per la creazione di nuovi edifici. Ma quando si buttano giù palazzi abitati da migliaia di persone, si buttano giù comunità e questo porta scissioni molto profonde nella società locale. Alcuni di noi nel nostro quartiere sono stati e sono molto impegnati per creare non solo alternative, ma mantenere la memoria di quello che è stato perso. E come avviene spesso, il film si presta a questi scopi. Così guardai alla situazione dei ragazzini del quartiere e decisi di fare un primo corso sperimentale nel 2014. Il loro primo corto parlava di bambini che venivano portati in un mondo di zombie… e qualcosa di vero c’era vista la gentrificazione imposta dalla classe dirigente. Poi visto il successo, ho deciso di organizzare altri corsi di cinema e performing arts insieme con un team di professionisti.

In quali progetti siete impegnati e che tipo di esperienza è per te e per i ragazzi della scuola?

Quest’anno i ragazzi hanno scritto e girato un video musicale, i fondi ci sono arrivati dal comune come parte di un piano che cerca di presentare alternative all’attrazione che può esserci ad una certa età di far parte di una gang. Spero di consolidare il ruolo della DFMA e di creare una scuola con corsi tutto l’anno, c’è molta volontà da parte di vari professionisti del settore di insegnare e la voce si è sparsa nel quartiere così molti ragazzini vogliono partecipare. Gli alunni vanno da bambini di 7 anni ad adolescenti sui 14 anni, il loro entusiasmo e la loro voglia di fare è tanta ed entusiasmante. Alle volte giostrarsi tra il lavoro e l’insegnamento ai ragazzi può essere un po’ stancante, ma alla fine quando guardiamo insieme quello che produciamo e l’intensità di ciò che viene espresso, il senso di cambiamento che si respira e le possibilità che loro percepiscono esserci… quella è una grande soddisfazione. Insomma alla fine quello che desidero fare che sia come regista o come tutor alla DFMA è di condividere la visione di altre possibilità che siano oltre i confini del proprio quartiere, o del proprio pensiero, ed io per prima imparo ogni volta.

In attesa di avere presto Luisa come ospite e moderatrice dei nostri prossimi panel, ecco il link per la campagna di crowdfunding del progetto The Lift.

Unitevi a noi nel supportare questo bellissimo progetto!

E non perdete i prossimi appuntamenti con CinemaItaliaUK: domenica 9 ottobre alle 18 al Genesis Cinema ci sarà Veloce come il vento (per un pubblico sopra i 15 anni) e mercoledì 19 ottobre alle 19.30 al Regent Street Cinema sarà la volta di S is for Stanley. Vi aspettiamo!

Sara Bergamo

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