CinemaItaliaUK presenta “La pazza gioia” di Paolo Virzì

Beatrice Morandini Valdirana e Donatella Morelli, interpretate rispettivamente da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, sono le due protagoniste de La pazza gioia, che CinemaItaliaUK presenterà domenica 25 settembre al Genesis Cinema (ore 18).

Ma questi due intensi ritratti femminili sono solo gli ultimi due personaggi ad uscire da una galleria colorata, ricca allo stesso tempo di vivace divertimento e struggente emozione, che è la filmografia del regista Paolo Virzì.

Nato a Livorno nel 1964, Virzì assorbe subito e trasmette in maniera efficace quella caratteristica esclusiva della “livornesità”: una guasconaggine irriverente capace però di insospettabili quanto profondi tocchi di malinconia che arrivano al cuore. Dopo i primi passi romani come sceneggiatore, finisce con l’ambientare poco lontano da casa la sua prima commedia drammatica, La bella vita (1994), una storia di illusioni di provincia sullo sfondo della periferia industriale di Piombino ormai prossima al tramonto, che lancia la carriera di Sabrina Ferilli (vincerà Ciak d’oro e Nastro d’Argento), da allora una delle sue attrici più fedeli. Nel 1996, tornano a lavorare insieme in Ferie d’agosto, in un ricco cast che comprende anche Silvio Orlando, Laura Morante e Ennio Fantastichini, per raccontare la vacanza grottesca di due clan familiari, uno formato da intellettuali di sinistra in crisi e l’altro da trucidi quanto fieri commercianti di borgata.

Ma è l’anno successivo a decretare la consacrazione di Virzì. Con Ovosodo, educazione sentimentale e culturale di un giovane David Copperfield in salsa livornese, il regista costruisce il suo primo vero atto d’amore alla sua città di origine e con un cast di giovani poco conosciuti (destinati ad affermarsi, in particolare Claudia Pandolfi) costruisce una commedia intelligente e malinconica che si rivela inaspettato campione di incassi e porta a casa il Premio speciale della giuria al Festival di Venezia. Il passo successivo è un film piccolo, molto intimo, ma uno dei suoi più belli e meritevoli di riscoperta: Baci e abbracci (1999), storia di un gruppo di disgraziati del cecinese che invita a un pranzo di Natale uno sconosciuto che hanno scambiato come il potenziale salvatore della propria impresa. Si ride amaro in questo film e tanto, ma resta forse la testimonianza più intensa della sensibilità di questo regista nella sua prima parte di carriera.

My name is Tanino (2002) è un’altra storia di adolescenziale ingenuità, stavolta negli Stati Uniti, ma con una curiosità relativa alla sua bravura di talent scout. Nel ruolo della protagonista femminile, Virzì sceglie una giovane attrice americana, praticamente sconosciuta ma molto carina e spontanea. È Rachel McAdams, che abbiamo poi potuto ammirare in molti film hollywoodiani e che in questo 2016 ha ottenuto la sua prima nomination all’Oscar per Spotlight ed è entrata nell’Universo Marvel con Doctor Strange. Dopo i meno fortunati Caterina va in città (2003) e N- Io e Napoleone (2006), Virzì ritrova i vecchi compagni d’avventura Ferilli e Massimo Ghini per un’altra commedia drammatica sul mondo del lavoro, Tutta la vita davanti (2008), dove stavolta il suo sguardo cinicamente grottesco si posa sull’universo dei laureati prigionieri dei call center. È un film importante per lui, anche dal punto di vista personale, perché sul set conosce Micaela Ramazzotti che a fine riprese diventa sua moglie.

Arriva il 2010. Virzì decide di ritornare a Livorno. Ha in mente una storia molto personale che parli di famiglia e radici da ricucire col passato, perché alla sua città di origine vuole bene ma sente anche il bisogno di allontanarsene. Chiama a sé la moglie Micaela e le affianca alcuni amici come la Pandolfi, Valerio Mastandrea e il musicista Bobo Rondelli (a cui ha dedicato il documentario L’uomo che aveva picchiato la testa, 2009) più un’attrice con cui lui vuole lavorare da sempre e alla quale ha fatto una dichiarazione d’amore professionale in tv: Stefania Sandrelli. Da questa unione nasce la storia di una donna semplice che vive la vita con leggerezza, nonostante maldicenze e cattiverie di una piccola comunità. È il film della maturità artistica, La prima cosa bella, enorme successo di pubblico e premiato con tre David di Donatello e quattro Nastri d’Argento.

Lo segue nel 2012, un altro film piccolo, Tutti i santi giorni, anch’esso imperniato sull’amore di due giovani che subiscono le durezze della società. Nel 2014, invece, arriva un film completamente diverso. Virzì prende un romanzo americano di Stephen Amidon, Il capitale umano, e lo trasporta nella provincia lombarda. Stavolta non si ride per niente, anzi, si esce dalla sala con un senso di profonda inquietudine e disgusto per la bassezza morale dei protagonisti di due nuclei familiari, uno ricco e potente, l’altro medio borghese e ansioso di un’arrampicata sociale più rapida possibile. Un filo di speranza resta solo nei personaggi femminili (Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino e la giovane Matilde Gioli) contrapposti agli spregevoli uomini tratteggiati da Fabrizio Gifuni, Fabrizio Bentivoglio e Luigi Lo Cascio. Nonostante alcune polemiche “politiche”, il successo è enorme e pure i premi (46 in tutto, tra cui sette David di Donatello e Nastri d’Argento).

In questo biennio 2016-17, la carriera di Virzì si sposta sul road movie. Perché se quella delle due protagoniste de La pazza gioia è una fuga sulle strade della Toscana, lo sarà anche, ma nel sud degli Stati Uniti, quella dei due protagonisti del primo progetto totalmente americano del regista, The Leisure Seeker, che sta finendo di girare in questi giorni con Helen Mirren e Donald Sutherland.

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Lorenzo Tamburini

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