CinemaItaliaUK intervista Valerio Ciriaci, regista di If Only I Were That Warrior

Maggio sarà un mese dedicato interamente al documentario per CinemaItaliaUK. Si comincia il 15 maggio al Genesis Cinema con una doppia proiezione dedicata all’ottantesimo anniversario dell’esperienza coloniale italiana in Etiopia: i documentari If Only I Were That Warrior di Valerio Ciriaci e Negotiating Amnesia di Alessandra Ferrini ci aiuteranno a esplorare i lati più controversi di questo periodo storico e alla proiezione seguirà un Q&A con i due registi al quale parteciperanno anche Natascia Bernardi e Alfio Bernabei dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’ Italia).

Abbiamo intervistato Valerio Ciriaci a proposito del suo documentario, presentato con successo al 56esimo Festival dei Popoli – Festival Internazionale del Film Documentario di Firenze. Leggete cosa ci ha raccontato.

Hai incontrato difficoltà da un punto di vista “storico” nella lavorazione di If Only I Were That Warrior? Com’è nata l’idea del film?

Il film è stato realizzato in maniera totalmente indipendente, quindi non avevamo produttori o distributori che potessero metterci dei limiti. Per quanto riguarda la genesi del film, l’idea è nata a New York nel 2013, durante una conferenza sul colonialismo a cui partecipavano storici e membri della comunità etiope. La loro rabbia per l’erezione di questo mausoleo era fortissima. Avevo letto la storia e sapevo chi fosse il generale Graziani, tuttavia questo documentario è stata per me l’occasione di approfondire eventi storici che, a livello scolastico, se non fosse per l’abnegazione di alcuni professori, sarebbero purtroppo tralasciati.

Che tipo di reazioni noti durante le proiezioni col pubblico?

Sono molto varie e differenti. Ad esempio, in America, ho assistito a delle reazioni anche di sorpresa, poiché si ignorava che gli italiani avessero avuto un seppur piccolo impero coloniale. In Italia, fortunatamente, quasi sempre il dibattito successivo finisce col durare più dell’intero film con persone che raccontano testimonianze e ricordi. L’emotività è il tratto predominante negli spettatori di origine etiope. A breve avremo una proiezione a Addis Abeba e sarà molto interessante assistere alle reazioni del pubblico locale.

Cosa hanno detto invece i difensori di Graziani, in particolare il sindaco di Affile, una volta visto il film?

Il sindaco di Affile si è complimentato con me per la qualità tecnica del documentario ma secondo lui è mancata la verità storica. D’altronde è sempre stato convintissimo dei suoi intenti e per lui il monumento è un dichiarato omaggio a Graziani.

Durante il vostro incontro si cita Montanelli che in passato aveva attaccato duramente le ricostruzioni di Angelo Del Boca, salvo poi fare marcia indietro nel 1996, scusandosi pubblicamente.

Montanelli si è scusato dopo la desecretazione degli ultimi documenti. Ma questo, per chi difende l’operato di Graziani, conta poco. La prova che usano a giustificazione degli eventi è la costruzione di strade, ponti, la civilizzazione del Paese. Il problema è la mancanza di una memoria condivisa, il poter dire “è successo questo” e prendersene precise responsabilità. La Storia è un materiale estremamente malleabile e la visione “buona” del colonialismo italiano è molto diffusa e non certo limitata a chi appare nel nostro documentario.

Nel documentario si parla anche dei giovani. Sia gli oppositori italiani al monumento che alcuni esponenti della comunità etiope lamentano un disinteresse da parte delle nuove generazioni che andrebbero maggiormente coinvolte…

È una questione complessa. I giovani dovrebbero informarsi ma, come abbiamo già detto, non è colpa loro se nei programmi scolastici il Novecento viene spesso affrontato in fretta e furia. C’è comunque un livello personale in cui sarebbe bello poter approfondire. Penso a uno dei protagonisti del documentario, Nicola, che ovviamente a scuola non ha potuto studiare il colonialismo italiano ma si è basato sulla storia della sua famiglia. Da essa poi, attraverso una forma di senso di colpa per l’esperienza colonialista del nonno, è nato un profondo interesse per la questione che lo ha portato a essere oggi un importante attivista della causa etiope.

A un certo punto del film qualcuno dice “L’Italia è come l’Africa”, è una frase che resta impressa. Dalla visione del documentario parrebbe che il preservare la memoria sia più forte negli etiopi emigrati che in chi è rimasto nel Paese natio e vorrebbe solo dimenticare. Può dipendere dal fatto che le radici di appartenenza siano più forti in chi parte e che, di conseguenza, vuole fare di tutto per rivendicare le origini offese della sua terra?

La componente migratoria è evidentemente molto importante. Anche se c’è chi in Italia lamenta che la gioventù etiope non è interessata al proprio passato. Negli Stati Uniti è molto diverso: la comunità è molto forte, attenta e informata rispetto alla storia del proprio Paese, non a caso le polemiche sul mausoleo di Affile sono partite proprio da lì.

Chiudiamo con una nota ironica. A Livorno, immerso nel bosco, c’è un orribile e incompiuto mausoleo dedicato a Costanzo Ciano, padre di Galeazzo. Un noto vignettista satirico della città ha proposto al sindaco di ridipingere questo cubo di marmo dandogli l’aspetto del deposito di Paperon De Paperoni. Che utilizzo suggeriresti per il mausoleo Graziani se si decidesse di sbarazzarcene una volta per tutte?

Bella domanda! Non saprei ma andrebbe chiesto agli etiopi. Qualcuno dice che andrebbe abbattuto, altri vorrebbero riconvertirlo come memoriale per le vittime del colonialismo fascista. Io, personalmente, sono più propenso per questa seconda opzione.

Se volete saperne di più sulla storia del mauseoleo di Affile e sull’atteggiamento controverso della società italiana nei confronti del periodo colonialista, non mancate alla proiezione di domenica 15 maggio al Genesis Cinema. E continuate a seguirci su Facebook e Twitter per restare aggiornati sui prossimi eventi in calendario.

Lorenzo Tamburini

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