CinemaItaliaUK intervista Francesca Cima, produttrice e socia fondatrice di Indigo Film

Oggi con CinemaItaliaUK vogliamo inaugurare il primo di una serie di articoli dedicati ai mestieri del cinema e alle figure di spicco nel panorama cinematografico italiano, lo facciamo con un’intervista esclusiva alla produttrice Francesca Cima, socia fondatrice della casa di produzione Indigo Film e presidentessa della sezione Produttori dell’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali).

Avevamo incontrato Francesca a gennaio, in occasione della première londinese di Io e Lei di Maria Sole Tognazzi, leggete cosa ci aveva raccontato della sua carriera, dell’Oscar per La grande bellezza e della sua nuova sfida come produttrice: creare un immaginario per le nuove generazioni.

Come nasci, come produttrice, e quale è stato il tuo percorso nel mondo del cinema?

Io nasco innanzi tutto con la passione per il cinema, ho alle spalle degli studi di storia del cinema e ho frequentato il corso di produzione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma dove ho incontrato quelli che sono i miei attuali soci alla Indigo Film, Nicola Giuliano e Carlotta Calori. È stato proprio lì che nel 1994, con l’entusiasmo e un pizzico di incoscienza tipici di tre ragazzi ai tempi appena diplomati, abbiamo fondato la nostra casa di produzione.

Come è stato l’inizio della vostra attività?

In realtà l’inizio della Indigo Film ha coinciso con dei lavori che abbiamo fatto al di fuori della società, ognuno per conto proprio. Questa è stata una fortuna, nel senso che abbiamo imparato il mestiere fuori dalla compagnia, sbagliando e commettendo degli errori prima di lanciarci nel nostro progetto. Quando poi ci siamo sentiti forti per cominciare da soli abbiamo prodotto il nostro primo film che è L’uomo in più di Paolo Sorrentino e ovviamente non poteva andarci meglio.

Il film ha infatti segnato l’inizio di un sodalizio con il regista che dura tutt’oggi e che vi ha portato fino all’Oscar de La grande bellezza e al recente Youth.

Esattamente. Anzi, prima ancora di quel film avevamo prodotto anche il suo primo cortometraggio, L’amore non ha confini, che credo sia stata un’esperienza molto utile anche per lui perché è lì che ha imparato a stare su un set o almeno ad annusarne l’aria. Comunque è così che è iniziato il percorso con Paolo, oggi uno dei registi più celebrati del nostro cinema.

Quella dell’Oscar deve essere stata un’avventura incredibile. Ce la vuoi raccontare?

È stata certamente un’esperienza straordinaria e sorprendente. Quando sei lì ti rendi conto di essere in un luogo che del cinema ha fatto una religione e ti senti accolto nella vera comunità dei cineasti che è ancora oggi quella americana, dimostrazione ne è che un intero Paese in quei giorni si ferma a celebrare un rito che afferma che una delle carte su cui si fonda la propria cultura è proprio il cinema.

E la cerimonia in sé com’è?

La cerimonia dell’Oscar è difficile da dimenticare. È molto bella da vedere per chi la segue da casa ma anche per chi è presente. Si tratta di uno spettacolo meraviglioso che gli americani riescono a costruire con molta preparazione, professionalità e rispetto del mestiere che fanno, c’è molto da imparare da loro.

Prima di arrivare all’Oscar, però, La grande bellezza aveva riscosso grandissimo successo di critica e pubblico sia in Italia che in Europa.

Certamente, è stato un percorso tutto in crescita e molto positivo e ci tengo a sottolineare che la corsa verso l’Oscar è partita proprio dall’Europa e dai riconoscimenti europei. In Italia il film era andato molto bene ed era stato anche oggetto di un grande dibattito dentro la società, cosa che mi ha fatto particolarmente piacere. Il fatto che ne parlasse la gente, oltre che gli addetti ai lavori, che poi dovrebbe essere il senso profondo di chi fa il nostro mestiere: fare qualcosa che non scompare, che lascia il segno nella vita di tutti i giorni.

Quando hai cominciato a capire la forza del film e il fatto che potesse spingersi ben oltre i confini nazionali?

Ho cominciato a capirlo proprio quando abbiamo iniziato ad andare in giro per l’Europa. Il film è stato venduto in molti Paesi e ovunque uscisse si rivelava un successo. All’estero, poi, l’hanno probabilmente vissuto in modo diverso rispetto all’Italia, come spesso accade con le pellicole che parlano in modo molto stretto e se vogliamo molto critico di un Paese. Magari quel Paese non è così pronto ad accoglierli ma all’estero se ne colgono aspetti diversi. Per esempio, quando abbiamo presentato La grande bellezza a Londra, tutti gli inglesi mi chiedevano informazioni sui luoghi delle passeggiate di Jep Gambardella (Ndr. Il protagonista del lungometraggio), domandandomi dove fossero state girate certe scene e manifestando il desiderio di andarci in vacanza. Da lì ho cominciato a capire che era un film che poteva diventare anche un caso e un fenomeno di costume.

Da produttrice, come scegli un film? Cosa ti interessa e ti affascina, cosa pensi sia importante portare oggi sul grande schermo?

La domanda che io e i miei soci alla Indigo ci facciamo spesso quando dobbiamo produrre un film è: lo andremmo a vedere come spettatori? Questo interrogativo è sempre stato la nostra guida per scegliere un nuovo progetto. Penso che la cosa importante di un racconto sia il punto di vista, cioè ritrovare uno sguardo originale, partecipe e nuovo, innanzi tutto da parte di chi racconta. Tutte le storie in realtà possono essere raccontate o raccontabili, purché ci sia questo tipo di sguardo.

E in questo momento la Indigo Film su cosa si sta concentrando? Quale è la vostra sfida, come casa di produzione?

Al momento siamo molto impegnati in un percorso nuovo che ci sta costando non poca fatica ma che sono convinta ci ripagherà in futuro: rivolgerci al pubblico dei più giovani. Abbiamo cominciato nel 2014 con la produzione di quello che forse è il primo fantasy italiano, Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, un’esperienza molto coinvolgente anche da un punto di vista emotivo perché ci ha portato a incrociare più mondi: abbiamo prodotto una graphic novel, un romanzo, fatto un concorso musicale e via discorrendo. Insomma abbiamo percorso binari inusuali e costruito un mondo intorno a questo film, che è esattamente quello che devi fare quando decidi di rivolgerti a una categoria specifica, come in questo caso quella dei teenager.

Con questa pellicola siete anche entrati nel mondo della scuola.

Sì, ed è stata una bellissima esperienza, perché siamo riusciti a farlo nonostante proponessimo un prodotto che fa sempre molta fatica a entrarvi perché i docenti non ne vedono l’utilità didattica. Quando, invece, abbiamo lanciato un concorso per le classi che consisteva nel far scrivere ai ragazzi il seguito del film, l’iniziativa ha avuto un successo straordinario. C’è stata un’adesione pazzesca (abbiamo ricevuto e letto circa 5000 temi) e questo perché, nel momento in cui li coinvolgi, gli adolescenti danno il massimo.

Su questa linea si collocano anche Un bacio di Ivan Cotroneo e il nuovo film, in lavorazione, di Andrea Molaioli.

Precisamente. Entrambi i film si rivolgono a questo tipo di pubblico. Il film di Molaioli è tratto da un libro di Nick Hornby (Slam che in italiano è stato tradotto con Tutto per una ragazza), quindi è un racconto che nasce fuori dall’Italia ma che a mio avviso siamo riusciti a trasporre molto bene nel contesto italiano. È un libro che parla della possibilità di farcela per dei ragazzi giovani e che, nel caso specifico, ha a che fare con l’assunzione di responsabilità derivante da una gravidanza molto precoce e non proprio voluta. Molaioli ci ha visto l’opportunità di raccontare proprio la possibilità nell’Italia di oggi che dei ragazzi possano fare scelte importanti e consapevoli, e non avere paura del futuro e della cosa che forse fa più paura quando sei un sedicenne, ovvero avere un figlio.

Pensi che le nuove generazioni abbiano bisogno di sentirsi raccontate e soprattutto di essere raccontate anche in maniera positiva?

Assolutamente sì. Entrambi i film parlano del talento, dell’impegno e del coraggio di questi ragazzi e ci insegnano a guardare agli adolescenti in un’altra ottica, come si guarda a delle persone che ce la possono fare, senza cadere nella trappola di limitarsi a dire che per loro non c’è speranza, che sono una generazione persa, che se ne stanno troppo seduti e via discorrendo.

Oltre che su delle buone storie, su cosa avete puntato, a livello produttivo?

In entrambi i film abbiamo cercato di tenere molto alto lo standard produttivo perché secondo me non possiamo pensare di attrarre dei ragazzi abituati a vedere i film per adolescenti che producono negli altri Paesi – tutti produttivamente molto ricchi – proponendo loro un’estetica povera, come se si trattasse di un prodotto di serie B. Questa è forse la fatica maggiore per chi lavora nel nostro settore, in questo momento. C’è un po’ la tentazione da parte dell’industria più pigra di portare avanti l’equazione prodotto per ragazzi = prodotto di serie B (minor budget, qualità più bassa), mentre oggi se vuoi arrivare ai ragazzi devi dimostrare loro che stai investendo su di loro. Questo vale anche a livello di scuola, di formazione, letteratura, programmi televisivi. Solo dimostrando che ci tieni e che fai questo tipo di investimento, puoi pensare di stabilire un rapporto di fiducia.

Ancora prima del problema pratico – crisi di valori ed economica, mancanza di un lavoro, di opportunità in genere – sembra che l’Italia non sia più in grado di offrire un’idea di futuro alle nuove generazioni.

Esatto, e questo deve assolutamente cambiare. Io penso che lo sviluppo professionale e industriale non possa che passare attraverso un percorso di ricreazione di un immaginario e questo significa riuscire a comunicare ai ragazzi che esistono dei racconti possibili anche per loro (non solo cinematografici ma anche a livello di letteratura, eccetera). Quando vanno a cercare dei racconti che parlano di loro è come se queste generazioni cercassero direttamente altrove (anche quando rimangono in Italia), guardando ad altri modelli e Paesi (in primis gli Stati Uniti, in fondo sono cresciuti con i film della Pixar, la saga di Harry Potter e le serie televisive). Quello che noi dovremmo cercare di colmare è questo vuoto che si è venuto a creare.

Non possiamo che essere d’accordo, e voi cosa ne pensate? Diteci la vostra nei commenti e continuate a seguire CinemaItaliaUK su Facebook e Twitter per tutte le novità del calendario di maggio. Come sempre… ci vediamo al cinema!

Carlotta Tilli
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Fotografia di copertina by Marie Claire Italia.