CinemaItaliaUK presenta: “Belluscone. Una storia siciliana”

Giovedì 19 maggio al Regent Street Cinema (ore 19.30) CinemaItaliaUK presenterà Belluscone. Una storia siciliana di Franco Maresco. Portato a Venezia nel 2014 nella sezione Orizzonti, il film fu applaudissimo in sala e vinse il Premio della Giuria, per aggiudicarsi poi anche il David di Donatello come Miglior Documentario. In attesa di vederlo sul grande schermo, leggete la nostra recensione e correte a prenotare i vostri biglietti. Ci vediamo al cinema!

 

«Franco Maresco, uno dei registi più solitari, più scontrosi, più controversi, più iellati di tutto un secolo di storia del cinema italiano […] si è impelagato in una delle imprese più eroiche e mito-maniacali dell’Italia: raccontare le origini criminali, siciliane, di Silvio Berlusconi. Belluscone. Una storia siciliana non è mai stato finito ma il regista è scomparso e il film galleggia nel terribile Purgatorio delle opere incompiute».

Esordisce così, Tatti Sanguineti cui, moderno Virgilio, spetta il compito di accompagnare lo spettatore in una sorta di discesa agli Inferi attraverso quelli che ai nostri occhi benpensanti e acculturati (o presunti tali) appaiono davvero come gironi infernali: il Brancaccio e i quartieri popolari di Palermo, le feste di piazza, i programmi scadenti e ai limiti del ridicolo delle emittenti locali, e pezzi di storia di un ventennio – quello berlusconiano, appunto – che sembra appartenere a un passato remoto e che invece è tutto lì, più vivo che mai.

Ma questa sorta di viaggio-inchiesta non conduce davvero né al Silvio nazionale né tanto meno a Maresco, protagonisti paradossalmente assenti nella pellicola: al centro del film ci sono, piuttosto, la Sicilia e l’umanità che la popola che poi si allarga e diventa metafora universale di un certo tipo di italianità e forse di umanità tutta. Non a caso c’è chi ha parlato, a proposito del documentario, di “trattato di antropologia culturale” e la cosa non stupisce se si conosce il cinema del regista palermitano, da sempre incentrato sugli uomini e la loro natura, nei confronti della quale Maresco non nutre alcuna fiducia. Qui come e più che negli altri film, egli dipinge un paesaggio umano privo di qualsiasi abbellimento e il suo sguardo sembra ancora più crudele, quasi assente la compassione delle opere precedenti.

Si ride molto, ma l’ironia, il comico, il grottesco non frenano il passo a una visione amara, cupa, desolata della società che accompagna tutto il film e che nel finale si spalanca su un baratro in cui precipitano passato e presente, e forse anche un po’ di futuro.

Doveva chiamarsi Berlusconi, diventa “Belluscone” (alla siciliana) ed è in questo spostamento, in questo cambio di grafia e punto di vista che sta il senso di tutto il lavoro. Figura principe della pellicola è un personaggio straordinario, Ciccio Mira, ex barbiere, ex cantante e impresario di cantanti neomelodici, cui si affiancano i talenti della sua scuderia fra cui spiccano Erik e Vittorio Ricciardi, divenuti idoli delle folle sulle note della hit Vorrei conoscere Berlusconi.

È attraverso le loro parole – più spesso attraverso le reticenze e i silenzi – che Maresco descrive una società disgraziata e colpevole (pur senza un filo di moralismo, in fondo chi non lo è?), e fa emergere, prima in maniera sottile e poi prepotentemente, l’ipotesi su cui si regge il film e cioè che Berlusconi e la Sicilia siano legati da un elemento comune, la non fiducia nello Stato, persino la sua negazione.

In compenso, più presente che mai, è il così detto Stato nello Stato, quella mafia il cui nome Ciccio Mira si rifiuta anche solo di pronunciare. Interrogato in proposito ammicca, abbassa lo sguardo, divaga, tentenna, dice senza dire. Sembra un attore consumato ma è più vero del vero, come lo sono i rapporti fra il potere (“gli amici”) e i cantanti neomelodici di cui governa le piazze, l’ostinata omertà che si tramanda di generazione in generazione (Ricciardi e Erik non sono certo più scaltri quando si tratta di aprire bocca sul fenomeno) e la presenza endemica, cancerogena ma allo stesso tempo incurabile della malavita all’interno del tessuto sociale. Quello che fa rabbrividire sono l’ignoranza, l’insensibilità, l’indifferenza e l’apatia rispetto all’illegalità di una larga parte di cittadini.

Il film di Maresco è un mockumentary (“mi piace di più definirlo un B-movie di fantascienza, una sorta di invasione degli ultracorpi” ha dichiarato lui) in cui finzione e realtà non solo si intrecciano, ma sembrano quasi scambiarsi di ruolo, tanto paradossali e mostruosi sono i fatti e i personaggi descritti. Mostruosi sì, perché quelle portate sullo schermo sono le stesse creature codarde e pericolose che Dino Risi aveva raccontato alla fine degli anni ’60 ne I Mostri, sono solo più brutte, sporche e cattive. La crisi, la società di internet e dei talent sembrano aver acuito ciò che era già presente e il divario fra le generazioni (quella di Ciccio Mira versus quella di Erik e Ricciardi) con la totale assenza di dialogo fra le due e di riferimenti per i più giovani ha fatto il resto.

Il presente è desolante e desolato, la superficialità e la mancanza di memoria storica riguardano tanto il proletariato lampadato e tatuatissimo quanto i medio borghesi fighetti che chiudono il film. Maresco non risparmia davvero nessuno, neppure se stesso, laddove l’incapacità di chiudere la pellicola diventa metafora del suo fallimento di regista e dell’inutilità dell’arte in genere.

Eppure Belluscone è un film necessario. Non riesce ad assestare al Cavaliere quel “colpo di grazia” che Sanguineti suggerisce come titolo e fine, ma a noi che guardiamo dà senz’altro una bella botta, di quelle che arrivano a tradimento. Sei lì che ti sganasci dalla risate e bum! Quando quasi ti pensavi salvo. E ti ritrovi ammaccato e dolorante, con la voglia di vederlo ancora e di capirne di più.

Carlotta Tilli
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