La banalità del mare. Fuocoammare di Gianfranco Rosi

Applausi e standing ovation per l’unico film italiano in concorso alla Berlinale, Fuocoammare di Gianfranco Rosi che si è aggiudicato l’Orso d’oro per il miglior film al festival di Berlino. Fra terra e mare, salvezza e disperazione, vita e morte, ecco cosa ci insegna il documentario su Lampedusa, confine e punto di incontro fra due mondi apparentemente lontani, eppure distanti solo poche miglia.

Qualche mattinata fa a Berlino.

C’è aria di temporale su Berlino. Nuvole nere cariche di pioggia oscurano la città e le strade, deserte, risuonano solo del mio passo cadenzato. È domenica mattina; di solito a quest’ora sarei ancora sotto le coperte, ma non oggi; la Berlinale inizia la sua quarta giornata ed io conservo nel portafogli il biglietto per l’unico film italiano in concorso, Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Nessuna condizione metereologica, orario improbabile o mal di testa da hangover mi terranno al caldo delle mura domestiche.

Come ogni buona italiana sono in ritardo, ma stavolta non sono la sola. Alla fermata di Oranienburger Tor uno sparuto gruppo di berlinesi, di nascita o di adozione, si lancia di corsa per le scale della metropolitana. Non ho idea di dove stiano andando, ma l’istinto mi suggerisce che forse cinque minuti di ritardo non sono poi così pochi se si tratta di un festival internazionale organizzato da tedeschi e mi metto all’inseguimento della “compagnia picciola dalla quale non fui diserto”.

Mentre mi precipito a perdifiato verso la sala – la proiezione di stamattina è al Friedrichstadt-Palast, la sala cinematografica più grande del Festival, ed io ho ovviamente un posto non numerato nella galleria situata al secondo piano – risuona la campanella che ci richiama a raccolta. Ho giusto un minuto di luce per prendere posto e notare l’atmosfera romantica ed allegra che permea la sala. Una ragazza davanti a me annusa una rosa e qualche fila più in là due ragazzi si scambiano ridendo un bacio. Poi, il buio.

Il cielo che si spalanca davanti ai miei occhi è lo stesso che ho lasciato qualche minuto fa. Una Lampedusa fredda, umida, irta, rabbuiata da una pesante coltre di nuvole grigie. Il maltempo si fa inconsapevolmente metafora della vita sull’isola. Una vita dura, aspra, bagnata dai marosi del Mediterraneo e rabbuiata dalle morti precoci delle genti disperate che attraversano il mare nella speranza di un approdo sicuro. In pochi fotogrammi il gelo ti penetra nelle ossa e nel sangue. Ma a far rabbrividire non sono solo gli SOS lanciati dai barconi affollati, i volti disidratati e gli occhi vuoti delle persone, i corpi di chi non ce l’ha fatta ammassati nelle stive. Rosi non è e non vuole essere un regista di morte, ma un testimone di vita, di quella di chi scappa e di quella di chi accoglie. Come il dottor Pietro Bartolo, che dal 1991 assiste con la stessa cura gli abitanti del luogo e i migranti che vi giungono e sul cui materiale si fonda gran parte del documentario. Quello che lascia senza parole è l’ineluttabilità della tragedia, l’insufficienza di mezzi per fermarla, la solitudine in cui Lampedusa viene lasciata a combattere la sua quotidiana lotta contro la disperazione.

I Lampedusani sono un popolo di pescatori, silenzioso, antico. Samuele, un ragazzo di dodici anni, ci guida alla scoperta di un’isola dalle tradizioni secolari, in cui i ragazzi giocano a cacciare con la fionda mentre gli adulti si dedicano ad attività legate alla pesca con quella muta rassegnazione delle genti abbandonate persino dal tempo, che qui sembra scorrere sempre uguale. Samuele è tutto fuorché un ragazzo comune; non lo si vede mai giocare al computer o al cellulare e il suo livello di inglese è spaventosamente più basso rispetto a quello dei suoi coetanei europei; eppure possiede un bagaglio di conoscenze popolari tramandategli dagli isolani; sa distinguere la resistenza e la flessibilità del legno di pino da quello di olivo, è in grado di avvicinare gli uccellini riproducendo un suono che imita il loro cinguettio, si fa portare in barca dall’amico Francesco, ex pescatore atlantico, per abituarsi a sopportare il mal di mare.

L’impressione che se ne ricava è quella di due mondi distanti e separati; il canto gospel dei migranti al Centro di Accoglienza che ne racconta l’odissea non giunge alle orecchie sorde degli anziani, né a quelle distratte dei bambini. E le quotidiane notizie dei morti in mare – quegli stessi corpi martoriati che Rosi non risparmia di mostrarci, anche a costo di non riuscire a sopportarne il ricordo, come confessato da lui stesso durante la conferenza stampa – sembrano suscitare solo un laconico «poveri cristiani». È facile cadere nella tentazione e accusare i Lampedusani di indifferenza, ma come ci tiene a ribadire il dottor Bartolo, «i Lampedusani sono gente di mare, che accoglie con piacere e naturalezza tutto ció che viene dal mare». Chi dovrà sottoporsi a un esame di coscienza, chi è in grado di fare qualcosa e ha i mezzi per farlo è proprio il pubblico a cui implicitamente si chiede di non essere solo spettatore passivo ma di assumersi la responsabilità della conoscenza.

Di fronte alla “tragedia più grande del nostro secolo dopo l’Olocausto”, come la definisce Rosi stesso, non si può chiudere gli occhi, non si può fingere di non sapere, non ci si può giustificare dietro l’ignoranza. Chi ignora è complice. 

Come detto dal regista, con il quale ci complimentiamo per il meritato successo:

Per la prima volta l’Europa sta discutendo seriamente alcune regole da fissare, io non sono contento di ciò che stanno decidendo. Le barriere non hanno mai funzionato, specialmente quelle mentali. Spero che questo film aiuti ad abbattere queste barriere.

Gianfranco Rosi