PhD ITalents: scade il 6 maggio il bando di lavoro aperto ai Dottori di ricerca italiani

Il progetto, lanciato lo scorso 14 aprile da CRUI, permette a 730 dottori di ricerca italiani di ottenere un contratto di collaborazione lavorativa a tempo determinato o indeterminato con imprese presenti sul territorio nazionale. Per inviare la propria candidatura c’è tempo fino a venerdì 6 maggio: basta registrarsi sulla piattaforma online, identificare la posizione che meglio rispecchia le competenze acquisite nel corso del percorso di studi e seguire le istruzioni. Un’occasione per voi e per la ricerca in Italia.

Ph.D., Dottorato? Di cosa stiamo parlando? In molti, soprattutto i più giovani, ne avranno sentito parlare da amici o conoscenti in ambito universitario, altri magari ne avranno esperienza diretta – un percorso di studi che hanno intrapreso loro stessi.

Quasi tutti, in compenso, ne avranno letto sulle pagine dei quotidiani nazionali, spesso citato in notizie che tristemente parlano di “fuga di cervelli” e altre amenità. Ma insomma, che cos’è davvero il Ph.D., questo sconosciuto? Arrivato in Italia di recente, solo nel 1980, il Dottorato di Ricerca (o DdR) rappresenta il più alto grado di istruzione previsto nell’ordinamento accademico italiano. Il titolo di DdR equivale a quello di Ph.D. (Philosophiae Doctor) dei paesi anglosassoni e a titoli analoghi presenti in altri paesi da più lungo tempo. La sua durata è variabile a seconda del corso di laurea di riferimento e può estendersi da un minimo di tre a un massimo di cinque anni

Perché si parla così tanto di Ph.D. e perché è importante? Perché è un trend parecchio diffuso nei Paesi europei, che rende i nostri ricercatori più preparati di quelli del resto del mondo. In base ai dati forniti da Faredottorato.it, nel 2010 in Europa hanno conseguito il dottorato di ricerca circa 125.000 studenti su una popolazione di 500 milioni di persone, mentre negli USA, a fronte di una popolazione di 300 milioni, sono stati 70.000 gli studenti a laurearsi “Dottori”.

Un trend europeo o anche italiano? Purtroppo, più europeo che italiano: il Bel Paese conta poco più di 38 mila dottorandi, contro la Gran Bretagna che, con una popolazione simile alla nostra, ne vanta ben 85 mila, la Francia che si attesta sui 71 mila e la Spagna a quota 70 mila

I nostri studenti sono più svogliati o meno intelligenti? No, solo più svantaggiati. Non è un mistero che il sistemo accademico italiano non sia competitivo a livello europeo in termini di strutture, di apertura verso la ricerca e l’innovazione, di salario offerto ai propri Dottorandi, per non parlare delle scarse possibilità di carriera e del sistemo nepotistico interno ai nostri atenei.

Allora che succede ai Dottorandi e Dottori italiani? Emigrano. Secondo il Country report Ue, ogni anno circa 3 mila ricercatori italiani scappano all’estero, mentre il Paese non è in grado di importare a sua volta ricercatori da fuori (solo il 3% di dottorandi stranieri approda all’interno degli atenei italiani). Non accade così nel resto d’Europa, dove si assiste unanimemente a percentuali almeno in pareggio, se non positive.

Con i dati relativi all’afflusso di cervelli in rosso (-13.2% gli studenti che scappano all’estero), si stima che entro il 2020 l’Italia perderà l’esorbitante numero di 30 mila ricercatori, per il valore di 5 miliardi di euro, subendo una deleteria perdita di capitale umano e un conseguente impoverimento economico, mentre contribuirà paradossalmente ad arricchire altri Stati.

Quali misure vengono prese per arginare la situazione? Fino ad oggi, onestamente non molte. Per l’Italia si parla del fenomeno di overeducation, ovvero produciamo più dottori di ricerca di quelli che possiamo accogliere. Quindi, o si trova il modo di assorbire i numeri in eccesso, oppure si cerca di ridurre i posti per i dottorati.

Fortunatamente pare che le istituzioni italiane abbiamo optato per la seconda strada. Ne è testimone il progetto PhD-ITalents, promosso e lanciato da CRUI lo scorso 14 aprile. L’iniziativa, che costa alle casse italiane oltre 16 milioni di euro, permetterà a 730 dottori di ricerca di ottenere un contratto di collaborazione lavorativa a tempo determinato dalla durata triennale (63%) o indeterminato (37%) in imprese su tutto il territorio nazionale.

Fino al 6 maggio, i dottori di ricerca italiani potranno registrarsi sulla piattaforma e presentare la propria candidatura. Le posizioni di lavoro disponibili saranno assegnate ai richiedenti in base alle affinità tra competenze del dottore di ricerca e skills richieste per ricoprire la posizione lavorativa.

Per ciascuna della posizioni disponibili si parla di una retribuzione pari a 30 mila euro lordi annui, fino a un massimo di 35 mila, cofinanziate all’80% dal Miur e 20% dall’impresa per il primo anno di contratto – con cambio di percentuali (60-40 e 50-50) per gli anni a seguire.

Le posizioni lavorative disponibili coprono principalmente due aree tematiche: ICT (49%) e Salute e scienze della vita (21%). Non mancano l’Agroalimentare (11%), Energia (9%), Mobilità sostenibile e Patrimonio culturale (rispettivamente 5%). Geograficamente, un numero maggiore di contratti sono stati aperti al Nord, seguito da Sud e Centro: è la Lombardia a contare il numero più alto di offerte disponibili, ma tra le altre regioni “virtuose” ci sono Lazio, Campania, Toscana e Piemonte.

Per partecipare
Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani ADI
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Elettra Antognetti

Elettra Antognetti

"Emotivamente instabile, viziata ed insensibile" - e troppo postmoderna per descrivermi con parole mie.Un passato da sfaccendata a Berlino, giornalista in Italia e Community Manager a Bruxelles, adesso mi occupo di tutt'altro a Edimburgo. Quando non scrivo su Italian Kingdom, mi trovate a fare jogging su e giù per la Old Town e organizzare eventi benefici - ma soprattutto a degustare vini nei peggiori bar di Caracas o a fare la spola tra mercatini vintage. Di tanto in tanto, mi leggete anche su www.cafebabel.co.uk.
Elettra Antognetti