Profughi o cervelli in fuga? Maybe neither…

Intendiamoci, nessuno vuole negare nulla. Un fenomeno migratorio piuttosto consistente verso il Regno Unito esiste come dato di fatto, ed in esso rientra un numero altrettanto consistente di cittadini italiani.

Espatriato” o “expat” – perché in inglese suona sempre meglio eh?!

Fuga di cervelli” – pessima traduzione dell’accademico “brain drain”.

Esportazione di cervelli” – come se fossimo tagli di manzo caricati su un tir.

E dulcis in fundo..

Esodo di talenti” – perché un sano riferimento ai cataclismi biblici fa sempre bene.

 

Insomma le definizioni abbondano, i sensazionalismi fioccano, così come i commenti degli immancabili sig. Cretinetti:

«Siete tutti profughi»

Grazie tante.

Insomma, dal fenomeno migratorio al definirci “profughi” passa un bel po’ di strada.

Com’è stato giustamente fatto notare all’autore del suddetto commento, il termine «profugo» ha un significato non propriamente esaltante:

dal lat. profŭgus, der. di profugĕre «cercare scampo», comp. di pro- e fugĕre «fuggire»] – Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi come eruzioni vulcaniche, terremoti, alluvioni, ecc. (vedi voce Treccani, diz. online)

Ora, last time I checked, in Italia non era in corso nessun cataclisma – le scazzottate in Parlamento non fanno testo – motivo per cui l’uso del termine è semplicemente inappropriato. Oltre i commenti che rasentano l’insulto esistono anche altre definizioni, diffuse persino nel linguaggio comune, che abbiamo voluto elencare all’inizio in nessun ordine preciso. In generale queste definizioni rimandano ad un fenomeno osservato negli ultimi decenni in molti paesi industrializzati, e più di recente scoperto anche dai media italiani, che però ne danno un descrizione alle volte banale.

La retorica di fondo è bene o male questa: un sempre maggiore numero di italiani è in fuga verso l’estero alla ricerca di migliori condizioni lavorative, italiani che però non sono paesani con le valigie di cartone ma persone con una lunga serie di titoli accademici e/o competenze professionali, che nel nostro paese non riescono a trovare una posizione soddisfacente o – peggio ancora – nessuna posizione. Ergo: si scappa all’estero perché costretti, perché «in Italia tutto va male», «il sistema non funziona», «non c’è meritocrazia», «…e poi ci sono i baroni», «l’Italia è un paese morto, siamo tutti morti» e blah blah blah…

Ovviamente nei discorsi retorici c’è sempre un fondo di verità, così come il sentire comune verso il fenomeno di cervelli in fuga può effettivamente basarsi su racconti ed esperienze concrete. L’inghippo però sta nel cercare a tutti i costi un paradigma fisso per un realtà sicuramente molto più complessa e disomogenea, basata su una serie di problemi sociali, particolari congiunture storiche, economiche e politiche e – non meno importanti delle prime – scelte personali.

Riassumendo: generalizzare può essere utile ma non deve essere un esercizio fine a sé stesso (leggi: «vendere più copie e/o ottenere più click»).

Con ogni probabilità non è questa la sede più appropriata per discutere di temi così complessi (credetemi sulla parola: non appena ho iniziato a incrociare statistiche europee mi si sono intrecciati gli occhi) ma vorrei fare un paio di banali considerazioni sull’argomento “cervelli in fuga verso la Gran Bretagna” e più in generale sulla teoria dei “cervelli in fuga”.

 

Considerazione A

Pare che i nostri compatrioti abbiano spesso cercato riparo nella fredda Albione: ogni qual volta l’atmosfera italiana si faceva un tantinello stantia, la via di fuga preferita era quella per Londra (i discendenti dei signori Ugo Foscolo, Giuseppe Mazzini e Luigi Sturzo non la prendano sul personale). Il motivo? Londra aveva sempre apprezzato il lavoro di artisti e artigiani italiani, i vari Milton/Defoe avevano dichiarato a più riprese il loro amore per la letteratura del nostro paese, e il Sommo Bardo a.k.a. William Shakespeare aveva ambientato diverse delle sue opere più celebri in Italia (senza probabilmente mai averci messo piede di persona, ma questa è un’altra storia). Da parte sua l’establishment politico italiano è sempre stato molto sensibile agli umori di Londra, almeno fino al periodo fascista.

 E questa è solo la punta dell’iceberg, perché diversi studi hanno chiaramente dimostrato la presenza di un flusso migratorio dall’Italia verso la Gran Bretagna almeno dalla fine dell’Ottocento e per tutto il corso del Novecento; a onor del vero la maggior parte di questi studi sarebbe da rivedere e ampliare, ma è sempre bene tenerli a mente perché dimostrano che interesse per lo studio della migrazione italiana verso la Gran Bretagna risale almeno al 1975.

 

Corollario ad A

Questo flusso migratorio ha avuto come conseguenza la formazione di una vasta comunità di italo-inglesi: si tratta di cittadini britannici con discendenza italiana, residenti per la maggior parte a Londra e nel sud est dell’Inghilterra sebbene non manchino comunità in Scozia e Galles. Una di questi italo-britannici, Dr. Terri Colpi, ha ricostruito la storia di questa migrazione in due testi pubblicati negli anni Novanta (vale la pena menzionare il bellissimo Italians Forward, una vera e propria storia per immagini) da cui è emerge un quadro molto più complesso di quanto non sembri.

 Un dettaglio del lavoro della Colpi potrebbe risultarci familiare: pare infatti che dagli anni Settanta in poi la composizione interna di questa migrazione italiana sia cambiata molto, grazie al nuovo flusso di studenti che passavano periodi più o meno brevi in Gran Bretagna per impararne la lingua.

Considerazione B

Sul fenomeno della fuga dei cervelli esistono, anche tra gli studiosi del settore, posizioni discordanti. In un bel saggio del 2007 – comodamente consultabile sul sito dell’Università di Trento – il sociologo Lorenzo Beltrame ha analizzato il fenomeno da diversi punti di vista e con l’ausilio di una bibliografia considerevole. Stando alla sua ricostruzione, la teoria della «fuga di cervelli» (in originale brain drain) venne elaborata a partire dagli anni Sessanta per indicare l’esodo di ricercatori e scienziati verso gli Stati Uniti; col tempo si è passati ad  utilizzare il termine per indicare una più generale migrazione di personale qualificato dai paesi in via di sviluppo a quelli sviluppati, come Europa e per l’appunto Stati Uniti.

A partire dagli anni Novanta questa teorizzazione è stata sottoposta ad una serie di revisioni e critiche, soprattutto per l’ottica di fondo di stampo neo-marxista – che in modo  troppo semplicistico identificava il centro e la periferia del mondo e la relazione tra essi – e per il modo approssimativo con cui venivano raggruppate le diverse competenze di questa manodopera, tanto da permettere l’elaborazione di un secondo approccio teorico definito “circolazionista”.

Credo sia proprio il termine “circolazionista” ad aprire uno spiraglio di discussione interessante perché per la prima volta il fenomeno del brain drain non viene visto come una perdita di capitale umano, ma come una naturale conseguenza di quei cambiamenti che hanno interessato la società occidentale dal dopoguerra in poi:

  • la millantata globalizzazione, per la serie “circolano le merci e anche le persone”
  • la facilità degli spostamenti grazie al trasporto aereo passeggeri (Roma-Londra sono   circa due ore, quasi lo stesso tempo di percorrenza per Roma-Bologna con l’AV)
  • l’internazionalizzazione della ricerca scientifica e delle stesse comunità di scienziati
  • l’averci (giustamente) rotto le scatole sull’importanza dell’imparare l’inglese

 

Vorrei in ultimo sottolineare una cosa: nessuno di noi – scienziato, blogger e tantomeno giornalista – possiede le chiavi della conoscenza assoluta, per cui qualsiasi opinione espressa in una qualsiasi forma va presa come una delle tante interpretazioni possibili di ciò che viene osservato e studiato.

Lo stesso dicasi di questo pezzo.

 

I testi a cui abbiamo fatto riferimento sono questi:

 

  1. Marin, “Italiani in Gran Bretagna”, CSER, 1975
  2. Colpi, “Italians Forward. A visual history of the Italian Community in Great Britain”, Mainstream Publishing, Edinburgh and London, 1991

Sempre di T. Colpi, “The Italian Factor. The Italian Community in Great Britain” Mainstream Publishing, Edinburgh and London, 1991

  1. Beltrame, “Realtà e retorica del brain drain in Italia. Stime statistiche, definizioni pubbliche e interventi politici”, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Treno, Quaderno 35, 2007, consultabile online presso http://web.unitn.it/files/quad35.pdf

Martina Giacomini

Ha studiato storia dell'arte e antropologia culturale.
È articolista e redattrice presso Italian Kingdom.

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