Roberto Prestia

Roberto Prestia, filmmaker.

“Mi sento spesso ridicolo a rispondere a questa domanda e a dire che faccio il filmmaker, ma credo che questa sia la risposta più adeguata e soddisfacente. Però va detto che il cinema è per me una ricerca che va ben oltre il tradizionale strumento di ‘storytelling’, di cui realmente mi importa ben poco.

Non credo di aver mai scelto di trasferirmi a Londra, è successo molto casualmente quando avevo 18 anni. Finito il liceo mi venne proposto di passare qualche mese a Londra, dove mio fratello viveva già da diversi anni, ma non feci molto caso alla proposta. Poi ricordo un momento in cui ero alla Potsdamer Platz di Berlino insieme a un caro amico: erano stati giorni molto intensi e poi d’un tratto, dal nulla, non ho avuto più dubbi. Mi sarei trasferito a Londra. Non c’erano altre scelte, anche perché di fronte alle grandi decisioni tendo a scegliere l’inettitudine, aspettando che in qualche modo la corrente mi porti da sé – e, sebbene criticabile, ritengo che questo sia un modo molto onesto e leale di affrontare la vita.

Una volta arrivato in città mi sono perso, vagando per le strade senza meta. Mi avevano da poco rubato l’iPod ma in testa mi risuonava continuamente ‘Pale Blue Eyes’ dei Velvet Underground. Ero felice come sono felice ogni volta che mi perdo in un luogo che non conosco. Poi vennero mesi di clausura e infine, dopo un anno, cominciai a frequentare un’università, la London College of Communication, dove piano piano ho raccolto un po’ di contatti e sono riuscito a fare dei film che restano per me esperienze importanti. Sono passati più di sei anni dal mio arrivo e di sicuro sono successe tantissime cose. Ho spesso pensato di andarmene (chissà dove) e invece sono ancora qui, e mi preparo a girare un nuovo film allestendo il mio salotto a studio di riprese – possano i miei coinquilini avere pietà (e santa pazienza!) di me. (Se avete tempo date un’occhiata alla campagna crowdfunding n.d.r).

Non credo che Londra mi abbia cambiato. Lo scorrere degli eventi magari mi ha influenzato, ma quello ha poco a che vedere con la città. Davvero, non mi viene in mente alcun modo in cui la città mi abbia cambiato. Palermo è una città lenta, mentre Londra va a razzo, ma io avevo il vizio di correre per qualsiasi destinazione anche quando vivevo in Sicilia. Negli anni subentrano tante difficoltà, non essenzialmente legate al luogo in cui ti trovi. Però posso dire che la cosa che amo di più di Londra (che probabilmente ritroverei in qualsiasi altra grande città) è la possibilità di essere solo ogni volta che voglio: proprio perché è una città così piena di vita e di persone, il singolo essere umano diventa una formichina insignificante, ed è facile passare inosservati. E questa era una cosa che cercavo ai tempi in cui mi trasferii. Eppure, a lungo andare, è stata anche quella che mi è pesata di più. Ci sono periodi in cui fa bene essere soli, e poi ci sono quelli in cui daresti tutto per ritrovarti ancora in una Palermo in cui la sera esci da solo per fare una passeggiata, e sei certo che nel giro di 20 minuti ti ritroverai circondato da amici e conoscenti incontrati casualmente – e poi si faranno le 6 del mattino eccetera eccetera. 

(C’è un luogo di Londra a te caro o che ha un’importanza particolare per te? n.d.r.) Non saprei dire, ormai ci sono tante zone della città – in particolare Brixton – che fanno parte della mia vita, ma in generale questa città ha sempre avuto un che di anonimo rispetto al mio inconscio. L’architettura, i paesaggi, non c’è niente che risvegli in me chissà quali forze irrazionali. Dovrei però fare una eccezione per il centro di Londra (Soho e dintorni) dove a volte, se sciaguratamente mi capita di finirci in una sera di fine settimana, mi sembra di star girando tra le macerie della civiltà Occidentale. Una esperienza post-apocalittica unica.

No non ho nostalgia dell’Italia, però credo sia un bel paese e ci sono tante città dove prima o poi vorrei vivere. Non mi permetterei però di dare consigli a vanvera, specialmente a chi ora sta venendo a vivere a Londra: dipende dalla persona e da ciò che cerca. Posso solo dire una cosa che riguarda un po’ la mia esperienza. 

Io ritengo sia essenziale, nella vita di ognuno, lasciare il luogo in cui si è nati e tentare di allontanarsi dalle proprie radici. Per tantissime ragioni e anche relative alla persona specifica. Direi che ogni città è Inferno e Paradiso, così come ogni essere umano ha i propri demoni e se li porta dietro ovunque vada. Ma c’è una cosa molto interessante che può talvolta accadere: quando ti allontani da un luogo in cui sei cresciuto o in cui hai passato tanti anni della tua vita, hai improvvisamente il potere di riacquistare la tua libertà espressiva, semplicemente perché non sei più circondato da persone che ti conoscono e di fronte alle quali sei inconsciamente costretto a recitare una vecchia parte, magari un abito che non ti rappresenta più.

Similmente non credo sia giusto pensare a un ‘tornare’ o ‘restare’. La vita (e il mondo) è vasta, molto vasta. Se ci si convince di essere legati a un paese solo perché ci si è casualmente nati, allora è una condanna. Io sono sicuramente Italiano, ma il mio cosiddetto ‘background culturale’ non deve essere un limite, una borsa di sassi che mi tira giù. La libertà di un individuo, io credo, passa soprattutto per la liberazione dall’idea di nazione e di cultura”.

IK

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