Paola Cacciari

Paola Cacciari, scrittrice, traduttrice freelance e Visitor Experience Assistant presso un museo di arte e design.

“Quando sono arrivata a Londra ho lavorato per qualche mese in un’agenzia immobiliare ma mi annoiavo, così ho traslocato al Pret a Manger – una popolare catena di sandwich shops di Londra – dove mi occupavo di insegnare il lavoro ai nuovi arrivati. È stato un periodo molto felice, ma ad essere sincera non rimpiango le alzatacce alle 4.30 di mattina! 

Da undici anni a questa parte lavoro in uno dei musei di arte e design più belli e grandi di Londra, al contrario di quanto la gente possa pensare, è un lavoro molto interessante e vario che mi permette di incontrare e persone diversissime provenienti da tutto il mondo. Da storica dell’arte ciò che apprezzo di più del mio lavoro è che mi permette di essere quotidianamente a contatto con un mondo che amo profondamente, ma ho anche collaborato a progetti di ricerca con vari dipartimenti del museo, dove mi sono occupata di ricerche bibliografiche e testuali per i cataloghi di mostre e per articoli pubblicati su riviste accademiche, per cui i miei studi umanistici si sono rivelati molto utili.

L’Inghilterra mi ha sempre affascinata: sono cresciuta leggendo i libri di avventure di Enyd Blyton e i gialli di Agatha Christie fino a tarda notte, nascosta sotto le coperte e con la torcia elettrica in mano, in modo che mia madre non vedesse la luce accesa dalla mia camera visto che al mattino dovevo alzarmi presto per andare a scuola. Credo che quest’abitudine mi abbia rovinato la vista irrimediabilmente… Il paese che immaginavo aveva castelli dai passaggi segreti, prati verdi su cui correvano cavalli neri che si chiamavano Black Beauty ed era abitata da lords, gentiluomini in bombetta e da spie che avevano la faccia di Roger Moore. I miei genitori erano figli degli anni Sessanta e sono cresciuta ascoltando i loro dischi dei Beatles e dei Rolling Stones, rimpiazzati poi negli anni Ottanta dalla mia schizofrenica passione adolescenziale per i Clash e i Duran Duran. Era destino che venissi qui. D’altra parte con una laurea in Lettere Moderne con Indirizzo storico-artistico cos’altro potevo fare? 

Ho l’abilitazione all’insegnamento, ma non ho la vocazione e sarei stata una terribile insegnante, una di quelle che lo fanno per lavoro e non perché ci credano. Dopo la laurea, mentre pensavo a cosa fare della mia vita – una scuola di giornalismo? Il dottorato? Il rasta a Barbados? – ho lavorato come commessa. Doveva essere una soluzione temporanea, ma quando i mesi sono diventati anni mi sono spaventata. Qualcosa è scattato in me: ho dato le dimissioni e sono venuta a Londra. 

Le coincidenze esistono, ne ho avuta la prova quando ho conosciuto il mio futuro coinquilino londinese durante un viaggio in Perù, e al ritorno siamo rimasti in contatto. L’anno successivo lui si è trasferito a Londra con la fidanzata spagnola e una borsa di studio in biologia. C’era una camera libera: e allora sono arrivata io. E meno male perché non so se da sola avrei mai avuto il coraggio di fare il grande salto. All’inizio non è stato facile ambientarmi. La vita a Londra è permanentemente fissata sull’avanzamento veloce e ho faticato non poco ad abituarmi al ritmo serrato della città. Ricordo che dopo un’intera giornata trascorsa al lavoro a parlare in inglese ero sfinita e alla sera cercavo la compagnia di altri connazionali con cui parlare italiano. La nostra casa di Camberwell era diventata una calamita per le anime perse italo-spagnole del sud-est di Londra. Ho trascorso i primi tre anni e mezzo della mia  avventura londinese al sicuro nella mia “bolla sterile nel cuore di Londra” come l’ha definita Enrico Franceschini nel suo “Londra Babilonia”. Londra era un fiume in piena che temevo mi avrebbe travolto. Poi, quando ho realizzato che il mio spagnolo era migliore del mio inglese, ho capito che non aveva senso resistere e che forse era proprio quello il motivo per cui avevo lasciato l’Italia. Mi sono butta a capofitto nella vita della Capitale e dal quel momento non ho più guardato indietro.

Londra mi ha dato la possibilità e lo spazio mentale per guardami dentro e capire cosa davvero volevo fare della mia vita. Non credo di essere cambiata, ma certamente sono cresciuta e sono diventata più forte. Qui sto bene, ho trovato la mia dimensione. Ho fatto nuove amicizie, ho scoperto nuove abitudini, tradizioni e cibi diversi. Ho imparato la tolleranza, il lasciar correre e a non stupirmi di niente, ma soprattutto ho imparato ad essere me stessa. Forse suonerà banale ma, da brava filologa, la mia soddisfazione più grande è stata imparare a distinguere gli accenti regionali inglesi e a comprendere ed ad usare correttamente le “cockney rhymes”. Una lingua non è solo un insieme di parole, ma una chiave che apre la porta su un mondo nuovo ed io sento di essermi finalmente impossessata di quella chiave. Sono un’appassionata di cibo, mi piace cucinare e odiavo andare al supermercato e vedere tanti nuovi ingredienti di cui non capivo l’uso! E poi sono una lettrice accanita: il fatto di non poterlo fare in inglese era per me una vera tortura. Ho cominciato con Harry Potter ed ora sono arrivata a Shakespeare. 

Alle volte ho nostalgia dell’Italia, soprattutto del nostro modo di vivere più rilassato, ma non mi manca il vivere in Italia. Certo mi manca la mia famiglia, anche se sono stata adottata a tutti gli effetti da quella inglese del mio compagno e questo aiuta non poco. Dell’Italia mi mancano gli aperitivi d’estate in centro a Bologna e il sedermi sulla scalinata di Piazza Maggiore con gli amici di sempre a guardare il passaggio – cosa non non riesce altrettanto bene su quella di St Paul’s Cathedral. Ma a Londra ho trovato altre cose: ci sono parchi bellissimi, musei e teatri strepitosi, una vibrante vita intellettuale e il Southbank Centre con il suoi concerti, la sua atmosfera rilassata e la sua terrazza sul Tamigi. 

A parte lo smettere di fare confronti con ciò che avevo lasciato in Italia, la difficoltà più grande è stato l’accettare il fatto che l’immagine dell’Inghilterra che si percepisce dall’estero è datata: cercavo gli stereotipi dei libri e nei film con cui sono cresciuta mentre Londra nel frattempo è cambiata, è cresciuta ed è diventata più cosmopolita che mai. E se ciò da una lato la rende più vicina all’Europa – e all’aceto balsamico e al Parmigiano Reggiano… – dall’altro questo ne sta cancellando le peculiarità isolane che rendevano l’Inghilterra diversa dall’Italia, e per le quali ero venuta qui. 

La mia settimana può durare tre giorni o sei: può iniziare di mercoledì o di venerdì, il mio fine settimana può cadere di lunedì, e il fatto che sia Pasqua o Capodanno significa che molto probabilmente io sto lavorando. Il museo è aperto 362 giorni all’anno e la mia vita è dettata dai miei turni. Vivo in un universo parallelo che solo di rado tocca quello dei comuni mortali che hanno una settimana normale. Il che rende estremamente difficile mantenere i contatti, e per forza di cose la vita sociale finisce con il girare attorno al museo. Adoro l’arte, la storia e la fotografia e, quando non lavoro, vedo tante, tantissime mostre tanto che colleghi e amici hanno cominciato a scherzare sul fatto che non mi basta lavorare in un museo, ma trascorro anche il mio tempo libero tra statue e dipinti altrui. 

E così quando ho deciso di iniziare a scrivere un blog non ho avuto dubbi sul nome e nel 2010 è nato vitadamuseo.wordpress.com, un contenitore per le mie collaborazioni con altri webmagazines e in cui racconto, a modo mio, le cose che vedo e che mi appassionano. Ma non manca ogni tanto qualche riflessione politico-sociologica vista dal punto di vista di un forestiero…

Sono trascorsi sedici anni da quell’Aprile del 1999 quando da Heathrow sono approdata alla stazione di Hammersmith con la mia fiammante valigia rossa, anni in cui ho capito che l’Inghilterra non è una terra promessa. Ma Londra non è l’Inghilterra: è un universo parallelo pieno di persone che cercano se stesse. Non è una città perfetta e, al contrario di quanti molti nuovi arrivati ancora si aspettano, non è tutto possibile – almeno non più: Londra non è più il paese di Bengodi ma resta una città unica e straordinaria – multietnica, inebriante e soprattutto intellettualmente stimolante. Ai compatrioti che vogliono trasferirsi a Londra pertanto posso solo dire di venire con la mente aperta e di non volere tutto subito: Londra richiede tempo e pazienza per lasciarsi scoprire. E vivendoci si finisce inevitabilmente con lo scoprire anche gli aspetti meno affascinanti – lo stress, il ritmo serrato, il caos, la ricchezza di pochi e la sempre più evidente non-ricchezza dei più. Soprattutto abbandonatevi alle abitudini, agli usi e ai costumi locali senza fare troppi confronti con quello che avete lasciato. Non abbiate paura di scoprire un modo di essere diverso, una cultura diversa. Altrimenti che senso ha venire qui? Sarebbe solo un’occasione persa.

Io sono arrivata pensando di stare sei mesi per imparare la lingua. Da allora sono trascorsi sedici anni e sono ancora qui. Per ora Londra è casa, ma non escludo niente. 

E comunque, almeno l’inglese l’ho imparato…”

IK

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