Mattia Ciucciarelli

Mattia Ciucciarelli, product designer per Overlab.

Al momento faccio due lavori: la mattina al ristorante, mentre il pomeriggio mi dedico allo sviluppo di prodotti di design. Presto ne lancerò uno su kickstarter.com – il famoso sito di crowdfounding – dove chiunque crede nel tuo progetto può finanziare la tua idea facendo una donazione, e ricevendo in cambio una ricompensa (il prodotto stesso nel mio caso) se si raggiunge l’obiettivo impostato. Se vi interessa potete seguire gli sviluppi e il lancio della campagna su www.facebook.com/overlab.net.

Prima di scegliere Londra ho scelto di partire. Partire può voler dire diverse cose: significa segnare una tacca sull’asticella della tua vita, ma per certi versi vuol dire non tornare più indietro, nel senso che, anche se dovessi tornare a casa oggi stesso, non sarei più lo stesso. Ogni partenza ti cambia, ti evolve, ogni viaggio che si fa – viaggio e non vacanza – ti segna a modo suo.

Ho scelto Londra perché mi ha attratto fin da subito. Prima di trasferirmi ero venuto un paio di volte in visita da amici, e avevo sempre avuto quella sensazione di “ritmo” mai provata da un’altra parte o in nessun altra città. Quando poi mi sono trasferito la prima cosa che ho fatto è stata aprire un conto in banca, stampare un centinaio di copie del curriculum, e ho iniziare a cercare lavoro. Dopo una settimana avevo già fatto tre prove e ricevuto telefonate da altri quattro bar e ristoranti. All’ottavo giorno ho firmato il contratto nel ristorante dove sto ancora lavorando. 

Devo dire che la prima cosa che ho imparato stando qui è l’umiltà, quella di non prendersi troppo sul serio, soprattutto dopo essere stato respinto da un ristorante dove avrei dovuto asciugare piatti e posate – esatto, le posate. Avevo fatto una prova di cinque ore in cui dovevo solamente asciugare piatti e posate, ma a quanto pare «lasciavo troppi aloni». Per cui arrivederci e grazie, avanti il prossimo. Nel posto dove lavoro ora invece ho imparato tanto. Nonostante io sia laureato in design e ami progettare, passando ore e ore in laboratorio in solitaria o davanti a uno schermo, ho trovato molto interessante la realtà di “Jamie Oliver Threaneedle Street”, il ristorante dove lavoro. Ho imparato a essere più organizzato, a lavorare in un team di più di 30 persone, e a essere concentrato sul lavoro perché c’è sempre qualcuno pronto a tirarti per le orecchie: fai un solo minuto di ritardo, oppure ti dimentichi una minima cosa – hanno un’attenzione per i dettagli che non avevo mai visto prima – c’è sempre qualcuno pronto a farti la ramanzina, a chiederti «WHY??» e anche le migliori scuse prima o poi finiscono(…) 

Ok può sembrare una rottura di palle, e lo è stato, però mi sono accorto che tutta questa disciplina mi ha migliorato. Mi rendo conto che anche nella mia vita e nei progetti che sviluppo utilizzo questa stessa rigidezza, e la cosa mi piace un sacco. Ora sono molto più produttivo ed efficiente di prima, nonostante il tempo che ho per me sia molto più frammentato.

Le difficoltà più grandi che ho avuto a Londra penso siano state quelle che hanno tutti all’inizio. Principalmente penso sia stato prendere questo famoso “ritmo”, che è davvero massacrante, assomiglia sempre alla partenza per un lungo viaggio. Sveglia la mattina presto e poi tutto il giorno di corsa, incontrando persone che parlano una lingua diversa, sempre con un occhio sull’orologio per non fare tardi, per non perdere il treno, non fare tardi all’appuntamento, al lavoro sempre di corsa (ovviamente) e poi finalmente la sera a letto, pensando già che dormirai troppe poche ore. E via così, in loop. Però poi succede che ti abitui, che smetti di lamentarti e inizi a rimboccarti le maniche, e così, piano piano, arrivano le piccole soddisfazioni personali.

Un’altra cosa che succede a Londra è che il concetto di tempo che avevi viene spazzato via, e rimpiazzato da una nuova struttura mentale. Letteralmente. In Italia ci ritroviamo spesso a fare tutto all’ultimo minuto, perché questo è il modus operandi. Poi, in maniera sempre un po’ rocambolesca, riusciamo sempre a concludere il progetto in questione ma con una pressione infinita, soprattutto negli ultimi giorni. A Londra invece ogni momento è “l’ultimo minuto”: è stressante all’inizio però poi, quando ti abitui, è una figata perché vai come un treno. Ti rendi conto che i tuoi limiti erano solo mentali. Io stesso mi sono trovato catapultato in una realtà che non mi si addiceva per niente, e mai avrei pensato che mi ci sarei voluto o potuto confrontare con successo.

La mia soddisfazione più grande credo sia quella di aver acquisito questo “state of mind”, che in Italia non ero riuscito ad assimilare da nessun ambiente o posto di lavoro. Ad oggi posso dire che i miei sforzi sono stati premiati – anche se solo in parte – da Hobie, il progetto di product design di cui vi parlavo prima. Per la prima volta ho interamente sviluppato un prodotto da me, curandone ogni dettaglio e quindi ho potuto esprimere la mia personalità a 360 gradi: mi sono occupato veramente di tutto, dalla produzione in fabbrica alla promozione, fino al video e alle grafiche. Il progetto in questione suscita sempre un interesse positivo tra le persone con cui ne parlo, e in parte mi sta già ripagando in questo modo.

Un posto che sicuramente non scorderò mai è la prima casa in cui ho vissuto per tre mesi, ospite di Nicola, un mio grande amico fin dall’infanzia, con il quale ho avuto la fortuna di condividere non solo la casa ma anche i miei momenti migliori e peggiori. Avere un amico accanto penso sia stata la mia fortuna più grande, soprattutto all’inizio. Non scorderò mai quella casa anche perché mi piace ricordarla come “il primo passo verso l’indipendenza”, nonostante fosse tutto meno che accogliente: era fredda, umida, e dannatamente piccola, ma è stato il mio primo passo di quest’avventura e ne porterò sempre un bel ricordo.

Indipendenza, appunto. Credo sia il motivo per cui l’Italia non mi manca più di quanto mi aspettassi. Si, posso dire che questa città crea indipendenza: puoi avere 18 anni come 38, ma puoi trovarti un lavoro, pagare l’affitto, e fare praticamente tutto ciò che vuoi. Puoi partire da zero o iniziare a costruirti qualcosa qua. C’è prospettiva(!) non quella puzza di giganteschi “forse” che invece dilaga in Italia. Qui si fa e si va avanti. In Italia si pensa se e come fare il prossimo passo, chiedendosi se con questa crisi valga ancora la pena di rischiare.

Invece il mio consiglio è di partire e di farsi un’esperienza qui, anche solo con la scusa dell’inglese. Una cosa che vi porterete dietro è sicuramente quella di imparare a vivere in un sistema complesso e veloce come questo, dove appunto è sempre “l’ultimo minuto”, e per inverso imparerete sicuramente ad apprezzare di più l’Italia.

Ragazzi, per quanto siamo messi male male male (male) in Italia, non smetterò mai di ringraziare chi di dovere per esserci nato, di essere cresciuto in un paese che ha dei valori, delle radici, delle tradizioni che non penso siano lontanamente comparabili con quelli inglesi, o comunque del mondo intero, mi vien da dire. Quindi si, se posso permettermi di darvi un consiglio, partite e non abbiate paura di dover tornare a casa con la coda tra le gambe: anche se fosse, sarà comunque un’esperienza che vi farà crescere.

In futuro non lo so dove andrò: vivendo qui ho imparato che l’unica vera certezza è il cambiamento, e quindi non mi voglio sbilanciare troppo sulle previsioni per il futuro. Comunque i miei orizzonti si stanno allargando e penso che, finché in Italia non si cambia aria, non ho intenzione di tornarci definitivamente, almeno per un po’.”

IK

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