Gaia Camilla Genovese

Gaia Camilla Genovese, giornalista freelance e social media director.

Mi piace pensare che sia stata Londra a scegliere me e non viceversa. Nel 2014 la mia vita, fino ad allora tranquilla, era stata turbata da alcune situazioni avverse dalla trama intricata come in un film di Jodorowsky: collaboravo con numerosi giornali ma le posizioni contrattuali erano tutt’altro che giuridicamente corrette e non avvisavo all’orizzonte alcuna evoluzione futura; da poco si era conclusa una storia nella quale credevo molto e c’era stato un lutto in famiglia. Avevo la sensazione di non riconoscermi nella mia stessa vita perché tutto ciò con cui mi ero identificata da sempre non esisteva più o aveva assunto una forma amorfa. Così un giorno, seguendo la scia di altre circostanze, ho dato il via al mio atto psicomagico -per non perdere il riferimento a Jodorowsky- e sono partita. Volevo scoprire cosa c’era fuori dai soliti schemi e smettere di avere paura. Il cambiamento era spaventoso eppure necessario.

Londra non ha cambiato la mia personalità ma la appaga alimentandone la vena curiosa. E mi spinge ad essere centrata, sempre. Con Londra devi stare molto attento in quanto tende a prendere il sopravvento sulla persona nel senso che qui c’è molto rispetto per l’individuo inteso come animale facente parte di una società che aspira ad essere civilissima: quando dico questo penso alle agevolazioni di welfare, all’incriticabile efficienza dei trasporti pubblici, al semplice accesso nel mercato del lavoro; ma non c’è altrettanta attenzione per il singolo, verso il benessere della sua sfera intima che, per molti aspetti, prescinde la puntualità del bus o il buon salario a fine mese. All’interno di una realtà competitiva come quella londinese, popolata da dodici milioni di abitanti, è importante imparare a tracciare i tuoi confini personali affinché tu possa custodire la tua autenticità, fermo restando un atteggiamento spalancato alle contaminazioni esterne.

Il primo passo, il più complicato, è stato trovare casa. Quando si parla di alloggio a Londra, specie se comunichi con italiani mai emigrati in Inghilterra, bisogna specificare che locare un appartamento o una camera qui vuol dire aggregare esigenze spaziali (Londra è grande!) con quelle igieniche abitative, con un mercato immobiliare feroce e carissimo: la combo non è affatto scontata! La mia più grande soddisfazione qui? L’ingresso alla Conde Nast, forse. O quando il mio capo, con il suo espaniglofono, ha comunicato che la mia carriera aveva conquistato un nuovo gradino: ad aprile 2015 ero giunta a Londra e la promozione è arrivata a settembre, potrete esclamare -così presto?, ma io so cosa c’è stato nel mezzo.

Ad oggi dirigo l’area comunicazione di una property company con sede a Londra. Questo impiego mi porta via gran parte della giornata ed è stato il frutto del compromesso tra la passione per la scrittura e la sua monetizzazione avvenuta mettendo la prima al servizio del marketing. Durante il tempo libero, dopo il lavoro di desk, scrivo articoli come freelance per varie testate giornalistiche: in quelle ore esiste solo la voglia di fare informazione e posso dedicarmi alla scrittura emancipata dall’ansia di provvedere al mio sostentamento, che è solo un modo carino per dire che mi sento finalmente libera dall’angoscia di ricavare un congruo guadagno da ciascun articolo.

Subisco, invariato negli anni, il fascino di quartieri come Shoreditch e Brick Lane per due ragioni tra loro concatenate. Innanzitutto il mio background è influenzato dalle culture underground: dammi atmosfere cupe, rockettari famosi o in erba, scantinati fetidi con voci bagnate nell’alcol ed essiccate in ebbre chiacchierate ed io sarò felice; tutto ciò mi ha sempre affascinato, fin da adolescente quando ascoltavo i Nirvana, biascicavo a memoria i testi di Nick Cave ed ammiravo le foto di Robert Mapplethorpe. La seconda spiegazione è una conseguenza della prima, per cui da tempo mi occupo di studiare il processo di emersione della street art e Londra est, in particolare Shoreditch e Brick Lane, ne è la capitale europea depositaria di meraviglie datate e mecca per i nuovi talenti.

L’Italia mi manca, per quanto mi senta cittadina del mondo voglio bene alle mie radici. Ne parlo spesso con i miei amici di quanto avverto l’assenza delle cose più scontate, una fra tutte le chiacchierate la mattina con i baristi, quel gap tra il sonno e l’inizio delle attività quotidiane che bilancia giornata. Prima di trasferirmi a Londra vivevo a Roma, quartiere Pigneto, dove l’ aria metropolitana e la convivialità più provinciale coesistono nello stesso perimetro urbano, ecco spiegato perchè non è immediato abituarmi all’asettico caffè del Costa. Potrei sciorinare una lunga e melassata lista di cose che mi mancano… Per adesso ho troppe ragioni per rimanere e non mi resta che guardare alle mie radici “per capire l’anima che ho e scoprire un grande senso di dolcezza” (Guccini n.d.r.).

A chi ha la valigia pronta ed il biglietto in tasca per Londra consiglio di non forgiarsi al modello dell’italiano in fuga che disprezza tutto della propria nazione stigmatizzandola come raccapricciante, e stima integralmente le novità inglesi. Gli suggerisco di assumere uno sguardo acuto, critico ma positivo, verso entrambi e lo invito a cogliere tutte le opportunità che Londra, se fatichi, ti offre.

Per quanto mi riguarda vedo nel futuro nuove sfide, per il momento qui, ma c’è sempre l’eventualità di altri luoghi da esplorare vivendoci.

IK

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