Daniele Giudici

Daniele Giudici, project manager nel campo dei media e dell’informazione.

“Dopo una formazione giornalistica nei quotidiani nazionali – quando ancora gli articoli si dettavano al telefono e l’email era ancora qualcosa di lontano – sono entrato nel mondo dei periodici, dove per quasi vent’anni mi sono occupato di lanciare nuove riviste e di rilanciarne alcune in perdita, curandone i contenuti, l’impostazione e la strategia di marketing. In totale ho realizzato oltre 600 riviste, ma ho anche fondato un’associazione per permettere di trovare un nuovo gruppi di amici a chi, per vari motivi, non ne aveva più uno. Ho realizzato servizi speciali nel campo della moda, dello sport, dello spettacolo o dei servizi telefonici a pagamento; ho collaborato alla realizzazione di concerti, mostre personali e spettacoli teatrali; ho lavorato a New York in un quotidiano locale; ho pubblicato romanzi; ho realizzato progetti in ogni campo dell’intrattenimento, fino a qualche anno fa quando ho aperto la mia casa editrice realizzando libri e riviste distribuite in tutta Italia. Ogni volta è una grande sfida e il bello di questo lavoro è che ogni volta si ricomincia da capo.

Londra è il posto ideale per ricevere stimoli nuovi. Ho iniziato a lavorare nel 1992, prima ancora di finire le superiori, e a 39 anni sono arrivato al top della mia professione in Italia. Avevo bisogno di nuove energie ma soprattutto di confrontarmi con il vasto mondo, di  iniziare a “pensare internazionale” e Londra era il posto perfetto per tutto questo. Un grande motivatore del secolo scorso diceva: «è meglio puntare alle stelle e colpire solo un’aquila che puntare all’aquila e colpire solo un sasso». 

Mi sono trasferito da poco, solo qualche mese, ma non sono partito con la famosa celeberrima valigia di cartone. Tutto era già stato pensato in precedenza, dagli aspetti più pratici a quelli più futili. Prima di partire mi sono imposto di studiare inglese almeno un’ora al giorno con la scuola online “Englishtown” (che infatti mi ha contattato per fargli da studente-testimonial), ho studiato dei libri che consiglio a tutti come “Live & Work in Britain” e “Life in the United Kingdom” per capire questa splendida comunità che è la Gran Bretagna, e altre cose per riuscire ad arrivare preparato. Però in Italia si può studiare inglese quanto si vuole, ma poi qui ognuno parla un suo inglese personale. 

Una volta a Londra ho scelto di investire i primi 6 mesi per aggiornare le mie skills professionali - ovviamente in tutto questo c’è stato anche il passaggio di contattare la “Cv&Coffee” per preparare al meglio il mio cv – dato che in questo paese esiste un diverso sviluppo organizzativo per la mia professione, fattore che mi ha spinto verso l’aggiornamento.

Londra però non mi ha cambiato, almeno non ancora. Resto quello che sono, con i miei pregi e i miei difetti, ma quello che  invece mi sta dando è quella spinta di entusiasmo e di energia che in Italia non avevo più. Qui è tornata la sensazione che tutto sia possibile. Guardo lo Shard e non vedo un grattacielo irraggiungibile, ma simbolicamente vedo un possibile punto d’arrivo. E non mi sembra poco.

A Londra frequento professionisti di alto livello, e mi rendo conto che noi italiani non siamo poi così distanti. In Italia tendiamo a credere che l’erba del vicino sia sempre più verde, salvo poi uscire di casa e rendersi conto che se smettessimo di lamentarci e di addossare sempre la colpa a qualcun altro potremmo davvero essere tra i più forti. A parte gli affetti che ho lasciato lì, ma che cerco di sentire appena possibile, non ho nostalgia di casa. L’Italia mi ha dato tutto, mi ha reso la persona che sono ma sono convinto che, una volta presa una decisione, la si deve portare a compimento, senza ripensamenti. Non mi guardo indietro semplicemente perché il futuro è tutto da scrivere e questo è affascinante, più forte della nostalgia.

Adesso ci sono settimane in cui il lavoro mi assorbe al 110% e non esiste nient’altro, potrei anche staccare il cellulare. In altri periodi, invece, sono più libero e studio molto, partecipo a convegni, cerco di capire in che direzione sta andando la mia professione e in che modo posso crescere. Per me Londra è la porta verso il mondo quindi non so dove potrei essere in futuro, magari fra 5 o 10 anni. Probabile ancora Londra, o forse New York o anche in Italia. Dipenderà dallo sviluppo della mia professione, l’importante comunque è avere sempre un piano B. 

Ad un italiano con la valigia pronta e il biglietto in mano direi di non partire allo sbaraglio ma di organizzare una strategia, e non mi riferisco solo agli aspetti pratici o culturali, quanto all’avere un progetto, un sogno. Venire qui “e poi si vedrà” è comunque una bella esperienza che ti resta dentro tutta la vita, ma questo è il posto che può trasformare i sogni in realtà, anche se costerà molto sacrificio e molte difficoltà.”

Con la collaborazione di

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IK

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