Chiara Cecilia Santamaria

Chiara Cecilia Santamaria, scrittrice, giornalista e blogger presso machedavvero.it.

“In generale, scrivo. Ho un blog, machedavvero.it, dove racconto de la mia vita e dei miei interessi, e dove discuto di temi di attualità. Collaboro con diversi magazine on e offline e sono un’autrice Rizzoli. Nel 2010 ho pubblicato il memoir ‘Quello che le mamme non dicono’ e da appena un mese è uscito il mio primo romanzo ‘Da qualche parte nel mondo’, una storia d’amore, di amicizia e di emancipazione ambientata fra Roma e Londra.

Ho la fortuna di avere un lavoro che posso fare ovunque. Quando mio marito ha avuto un’offerta di lavoro a Londra, insieme abbiamo scelto di trasferirci. Lo abbiamo fatto anche per nostra figlia Viola, di sette anni, che oggi sta crescendo bilingue. A dire il vero, nei primi periodi sembravo una pazza. Attaccavo bottone con perfette sconosciute al parco o fuori dalle scuole, chiedendo consigli da ‘local’ su case, scuole, corsi. Una grande mano, poi, è arrivata dalle tante lettrici del blog che vivevano già qui e mi hanno scritto e dato dritte preziose, e dai famosi ‘amici-di-amici’: chiunque conosce almeno una persona che si è trasferita o ha vissuto a Londra.

Non credo che questa città abbia cambiato la mia personalità, però mi ha sicuramente aiutata ad esprimere e potenziare alcuni lati del mio carattere. Spirito di adattamento e di avventura, ma anche faccia tosta e un po’ di coraggio: servono per riuscire a ‘buttarsi’ in tutte le nuove situazioni, specialmente qui. La città corre veloce, nessuno ti regala nulla, la competizione è alta e le occasioni vanno colte al volo. Londra ti insegna che nulla cade dal cielo, e che i risultati arrivano a chi ha entusiasmo, capacità e voglia di fare. Ah, serve anche un’ottima dose di pensiero positivo: ci sono giorni in cui tutto è freddo e grigio e la città sembra intrappolata in un eterno novembre. È una città dove la solitudine può diventare assoluta. Negli uffici ad esempio non è strano infilare gli auricolari e ignorarsi tutto il giorno, mangiando seduti alla scrivania. Una cosa che per noi italiani, abituati alla convivialità e alla naturalezza dei rapporti interpersonali, può risultare assurda. E se negli uffici – dove i progetti sono condivisi – la situazione è questa, pensate nei coworking! Vado per trovare un ambiente più ‘social’ della mia casa vuota, e niente: per scambiare quattro chiacchiere col vicino di desk devi metterci tanto di quell’impegno che alla fine ti passa la voglia.

La maggiore soddisfazione che abbia avuto è stata proprio il vivere qui. Suona romantico, ma questa città la amo follemente. La trovo bellissima, mi incanto a guardare le sue strade e i suoi palazzi vittoriani, le sue casette di mattoni e le chiese gotiche. Adoro le sue atmosfere a metà fra Dickens e Harry Potter al pari del suo lato più creativo e audace. Sembra, e credo sia, un luogo dove tutto può accadere. Una città capace di darti qualsiasi cosa, se solo hai il coraggio di inseguirla davvero e il talento per farla accadere.La primissima volta che sono venuta a Londra, a tredici anni con mio papà, rimasi incantata davanti a Covent Garden. Nella piccola area dei performer al piano di sotto c’erano dei violinisti che suonavano un tango, quello di ‘Scent of a woman’. Tutto mi sembrava bellissimo: il posto, Londra, quella musica. La seconda volta a Covent Garden ero a Londra per una vacanza studio, avevo quindici anni e dissi alla mia amica «da grande verrò a vivere qui». Beh, avevo indovinato. O forse l’ho fatto succedere, non lo so. Fatto sta che Covent Garden, per quanto turistico, occupa un posto speciale nel mio cuore. 

Non ho troppa nostalgia di casa. Torno minimo tre o quattro volte l’anno: siamo troppo vicini per sentirne davvero la mancanza! (E cosa ti sentiresti di dire ad un italiano con la valigia pronta ed il biglietto per Londra già fatto? n.d.r.) Non te ne pentirai, ma preparati a dare il massimo. 

Mi piacerebbe restare qui almeno per qualche anno ancora. Poi, avendo già fatto ‘il salto’ del trasferimento, idealmente mi piacerebbe provare a vivere in un altro paese ancora. O forse due. E poi magari rientrare in Italia”. 

IK

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