Antimo Magnotta

Antimo Magnotta, compositore, scrittore e pianista presso il Victoria and Albert Museum.

Nel 2012 ho vissuto un’esperienza traumatica. Lavoravo come pianista di bordo sulla nave da crociera Costa Concordia la notte del naufragio all’Isola del Giglio, il 13 gennaio 2012. Sono miracolosamente sopravvissuto e dopo quell’incidente ho deciso di cambiare vita e cominciare da capo. Ero anche un po’ stanco di girare il mondo per lavoro e, dopo circa un ventennio di peregrinazioni, ho pensato di ricominciare tutto da capo in una città che mi ha sempre incuriosito e che trovo estremamente stimolante dal punto di vista culturale.

Avevo perso tutto ciò che avevo durante il naufragio, ed era subentrata una crisi personale: ero in difficoltà economiche notevoli, per cui ho accettato di lavorare come cameriere nel caffè storico del Victoria and Albert Museum. Si dice che spesso si dà il meglio di sé quando si è in condizioni estreme. Per pura coincidenza nel museo c’era un pianoforte, così mi sono presentato con la mia veste ufficiale di pianista. Mi è sembrata una storia con dei toni da favola. Mi hanno assunto, anche se ho continuato ancora per un po’ a fare il cameriere. 

Quando suono il piano al Victoria and Albert trasformo l’atmosfera che c’è intorno a me. Sto scrivendo un libro che raccoglie frammenti della mia vita qui a Londra, e potrei elencare decine e decine di aneddoti di persone che mi hanno avvicinato al piano confessandomi qualcosa, aprendosi inaspettatamente ad emozionanti rivelazioni. Una volta un giovane inglese mi ha detto che sua mamma era venuta a mancare da poco tempo e la mia musica l’aveva fatta rivivere per un po’, quasi materializzandola al suo fianco mentre mi ascoltava. Un turista coreano mi ha regalato una medaglia rivestita d’oro con una riproduzione di un tipico abito tradizionale: mentre mi porgeva il suo regalo continuava a ringraziarmi dal profondo a nome del suo paese per la musica che avevo suonato. E poi i bambini, quanti bambini ipnotizzati dalla musica che si fermano vicino al piano. In generale la mia soddisfazione più grande è vedere la meraviglia negli occhi della gente, quella gioia che la musica può dare.

Londra non ha cambiato la mia personalità, fortunatamente, ma di sicuro ha rafforzato le mie convinzioni, come quella di credere sempre in me stesso. Non sarò il primo a dire che le questioni casa, affitti e sovraffollamento possono talvolta diventare un incubo. Ho vissuto in case in condivisione con altre persone e, nonostante la mia consolidata abitudine a stare con gli altri durante i miei viaggi e il mio livello di tolleranza piuttosto alto, non è stato e non è assolutamente facile. I prezzi delle case, anzi delle stanze, in affitto sono fuori controllo: non alla portata di tutti, soprattutto se si tratta di immigrati. Non so come Londra risolverà questa faccenda in futuro. È una grande capitale, vertiginosamente orientata verso un’economia sempre in trasformazione. A mio avviso ci saranno sempre dei cambiamenti a Londra, e spero che anche le condizioni di vivibilità cambino in meglio. Resta sempre un modello di città difficilmente riproducibile altrove, sotto tutti i punti di vista.

Vivo a Peckham, nel sud est, un quartiere che adoro ma che non piace a tutti. È un vero e proprio ghetto, con una forte identità. C’è sempre frenesia, confusione, vitalità e una forte matrice africana a dare vigore al tutto. Io sono italiano del sud, Peckham mi ricorda molto Napoli e continua a sorprendermi e a ispirarmi. Il percorso che faccio quasi ogni giorno da casa al lavoro, quindi da Peckham a South Kensington, è simbolicamente il ritratto di una dicotomia quasi inconciliabile tra un quartiere popolare e uno ricchissimo. Uno shock socio-antropologico e culturale molto forte. Preferisco di gran lunga Peckham a quartieri più esteticamente appetibili, ma umanamente distanti. 

Ho viaggiato molto nella mia vita e non ho mai avuto nostalgia dell’Italia, salvo in rare occasioni. Il mio Paese rimane un pensiero fisso, una presenza e non un’assenza, né tantomeno una malinconia latente. L’Italia mi ha lasciato una prodigiosa e complessa eredità che fa la differenza quando sono all’estero. Continuerò ad essere italiano, a vivere da italiano. Non è la geografia che conta, è la memoria. Associo l’Italia al ricordo della mia famiglia: i miei sono sempre lì e parlare con loro al telefono, magari nel nostro dialetto, mi tiene ancorato a ricordi di vita preziosi.

Agli italiani pronti a partire consiglierei di venite preparati, e di imparare bene l’inglese prima di arrivare. Non è venendo a Londra che la vostra vita cambierà in meglio se venite allo sbaraglio. È una gran bella città ma qui il livello di competitività è molto alto e allora, a meno che non vogliate restare in condizioni vitali abbastanza basse, puntate sul vostro potenziale piuttosto che accontentarvi di lavori pagati poco e fisicamente impegnativi. Londra non vi darà nulla gratuitamente, siete sempre voi gli artefici del vostro destino. Al contrario c’è da dire che, per chi viene con buoni propositi e un background spendibile, Londra riserva una miniera d’oro e opportunità uniche al mondo.

Sto promuovendo un mio progetto di musiche originali per pianoforte intitolato “Inner Landscape” che eseguirò in concerto il 12 settembre nella chiesa di St. Giles in the Fields, vicino Tottenham Court Road. I dettagli sono sul mio sito antimomagnotta.wordpress.com. È una performance dedicata alle trentadue vittime del naufragio della Costa Concordia. Parallelamente c’è il mio libro, “Sette squilli brevi e uno lungo. Il pianista della Concordia” (ed. Il Foglio), che sta per essere tradotto in inglese e molto probabilmente ne nascerà un progetto teatrale.

Tornare in Italia per ora non è nei miei piani. Ci torno per brevi periodi quando organizzo dei tour di concerti per piano o per vacanza. Sto bene qui, in questa città a cui posso chiedere ciò che voglio e che, prima o poi, me lo darà.”

IK

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