Il riposo della guerriera

Domenica. Chiunque sia troppo severo con se stesso fatica a concedersi una pausa oggi.

Più che la vittoria della pigrizia sul senso del dovere, tutto ruota intorno all’incertezza del momento: la routine che si veste da grande occasione, l’incontro di una vita alla fermata del bus di sempre, il pulsante dell’ascensore premuto troppo tardi.

La possibilità di ritagliarsi un angolo di scoperta quotidiana esiste per tutti. Anche per quelli che, ogni domenica, si ricordano di poter camminare senza dover correre. Londra si sveglia in uno sbadiglio, e non fa niente per nasconderlo: si lascia cullare dal flusso lento e dolce della domenica mattina. La città si sforza di resistere ai raggi di un sole meno pallido del solito, ma gli inglesi sono troppo affezionati al loro ritmo per lasciarsi convincere a fermarsi.

Mentre osserviamo i passanti, quasi goffi nel loro avanzare insolitamente lento, ci guardiamo assonnate e perplesse.

Erika: A Roma, a quest’ora, avrei appena parcheggiato la macchina in doppia fila davanti al mio bar del cuore.
Valentina: E che prendi la macchina per andarci?
Erika: Si, perché non è proprio vicinissimo. E poi, di domenica mattina, chi ce la fa…
Valentina: Dovremmo prendere esempio da loro. Guardali: iperattivi anche alle dieci dell’unico giorno in cui è concesso riposarsi.
Erika: Peccato che un risveglio in pigiama da Starbucks non ripaghi di tutta la fatica fatta durante la settimana. Invece, la pasta sfoglia di un cornetto appena sfornato che si tuffa in un cappuccino fatto come si deve…
Valentina: Con il clacson di quello a cui hai bloccato la macchina che ti sfonda un timpano e la coppia di vigili che banchettano al bancone del bar come nulla fosse.
Erika: Se succedesse qui, la gente potrebbe impazzire. In fondo è anche giusto così. Ci vuole rispetto per la colazione della domenica mattina.

All’uscita della stazione di Liverpool Street il cielo si spalanca e ci stringiamo istintivamente le sciarpe al collo. I bus rossi a due piani si alternano sui due lati opposti della strada, fermandosi regolarmente per far scendere storie e persone. Qualcuno si guarda in giro confuso, mappa alla mano. Noi non ne abbiamo bisogno: ci lasciamo guidare dallo stomaco che borbotta, implorando caffè e colazione.

Valentina: Dove andiamo?
Erika: Quel bar lì di fronte? Sembra carino.
Valentina: Volendo, ci sarebbe anche il posto italiano, proprio a due passi da qui…
Erika: Senza concerto di cucchiaini e gomitate non è lo stesso. Dai, oggi mi sento di provare un posto nuovo. Se vuoi, dopo, ti accompagno alla Spianata. Si chiama così, no?
Valentina: Si, proprio come la mia giornata se non assumo caffè entro un’ora.

Entriamo al Polo Bar. Rettangoli di brownies alternati a cheesecake e muffin si fanno compagnia prima di essere infilati alla rinfusa in un sacchetto. Più in là, grandi bicchieri di cartone e plastica si preparano ad accogliere latte bollente e centrifugati di frutta e verdura.

Erika: Penso che prenderò uno smoothie alla mela e agli spinaci. E un muffin vegan al mirtillo.
Valentina: Se vuoi prendili take-away, così intanto ci incamminiamo verso il posto italiano. Non credo che sia un problema se fai colazione lì con questi.
Erika: Sei sicura?
Valentina: No, ma non ci sarebbe niente di male. E, comunque, non puoi non provare il loro caffè marocchino. È pazzesco. Quest’estate ci ho portato le cinesi che erano nella mia classe al corso d’inglese. Sono impazzite!
Erika: Davvero? E che si mangiavano?
Valentina: A parte il discutibile accostamento di pizza bianca e parmigiana, ho dato loro la dimostrazione pratica del significato della parola caffè. Pensa che ci sono tornate anche senza di me! Una mattina sono arrivate in classe, non saprei dire se più imbarazzate o divertite, e mi hanno chiesto la pronuncia esatta della parola marocchino. Continuavano a dirlo con la l. E non le capivano. Però, poi, mica si tiravano indietro quando c’era da chiedere più cioccolata nel caffè.
Erika: Che tipe!

Arriviamo davanti alla Spianata. E non c’è partita: tira vento, ma i tavolini al sole brillano di un bianco splendente a cui è impossibile dire di no. Poco dopo, la ragazza del bar arriva per prendere le ordinazioni.

Valentina: Per me un caffè marocchino.
Erika: Per me per ora nulla, grazie.

La ragazza sembra quasi rimanerci male: “Sei sicura? Guarda che abbiamo anche un ciambellone al cacao che è la fine del mondo!”
Ci guardiamo, solleviamo spalle e sopracciglia in un attimo di incertezza destinato ad avere vita breve.
La ragazza rientra e torna con un caffè marocchino e due fette di paradiso al cacao.
La busta del Polo Bar è sul tavolo, ma non dà alcun fastidio.

È domenica mattina. E abbiamo una colazione che farebbe invidia anche alla Regina.

IK

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