Piogge di Maggio

Tredici e quarantacinque, King’s Cross Station. Ci vediamo da lontano, ma rimandiamo i saluti di qualche istante. Prima, ci aspetta il solito slalom tra decine di persone che marciano sulla banchina come mine impazzite. Qualche gomitata dopo, però, conquistiamo due posti su un vagone della Piccadilly Line.

E’ un qualunque giovedì di Maggio, ma Londra non vuole proprio saperne di cedere il posto a una stagione sola. Neppure se, a sole due ore e mezza d’aereo, è la seconda metà del mese che precede l’estate.

Valentina: “Ce l’hai tu l’ombrello?”

Erika: “Si. Non l’hai portato perché speravi non servisse eh?”

Valentina: “Macché, ce l’ho nella borsa. Rotto. E’ il terzo che faccio fuori nel giro di sei mesi, questo vento maledetto…”

Erika: “Lo so, stavolta l’ho comprato più resistente. Comunque, dai, ieri c’era il sole!”

Valentina: “Ti vorrei far notare che oggi abbiamo felpa, giacca e sciarpa. A parte qualche folle che se ne va in giro in maniche corte e infradito. Il prossimo che vedo, lo fermo e gli appendo una collana hawaiana al collo.”

Erika: “Dai Vale, che dobbiamo scendere alla prossima.”

Un fiume composto di passeggeri scende dal vagone. Gradino dopo gradino, con passo lento ma deciso, guadagnano l’uscita. Il cielo è ancora terso, ma non piove più. O, forse, è solo Covent Garden a darne l’impressione.

Entrambe: “Gelato?” ci domandiamo nello stesso momento.

Due paia d’occhi, che ci camminano di fianco per caso, si spalancano di fronte alla sorpresa di una proposta che suona così ridicola: freddo su freddo. Un po’ come il bagno al mare di notte.

Ce ne accorgiamo, ma passiamo oltre. Ci metteremmo troppo a raccontare la magia di nocciola e pistacchio, il sapore dei ricordi a ogni cucchiaino, la certezza di trovarsi con le mani impiastricciate e sorridere nel rendersi conto di aver dimenticato i tovagliolini.

Entriamo da Scoop, e ci prepariamo alle solite lotte d’indecisione su quali gusti scegliere.

Persino la ragazza dietro al bancone, dopo un energico saluto, si rassegna all’inevitabile.

Erika: “Ma il mango non c’è?”

Valentina: “Dai Eri, pure il gelato al mango no. Tra un po’ pure sulla pasta lo metti.”

Erika: “Oh comunque in Italia non l’avevo mai neanche mangiato il mango.. Vabbè dai prendo extra-dark chocolate e pistacchio. Tu?”

Valentina: “Mh.. Cremino e cioccolato bianco.”

Afferriamo le nostre coppette come fossero i trofei di una vita e ci dirigiamo verso l’uscita.

Valentina: “Secondo me, questi pensano che siamo due pozzi senza fondo.”

Erika: “Se continuiamo così, più che altro i fondi ce li scordiamo. Ho speso un botto questa settimana. Tra l’affitto di casa e il rinnovo della Oyster card…”

Valentina: “Pensa al gelato, pensa al gelato!”

Il tempo di cantare vittoria si fa superare dalle prime due gocce di pioggia, che atterrano sulle maniche delle nostre giacche quasi contemporaneamente.

Ci guardiamo senza dire nulla, e corriamo a ripararci sotto un portico. Mangiamo infreddolite, ma non riusciamo a pentirci per quella felicità a quattro gusti. I passanti, stavolta, sono troppo immersi nel loro mondo per poter far caso noi, che ci consoliamo così in una delle tante, ma in fondo neanche troppe, giornate di pioggia.

Come sempre, arrivate a questo punto, ci mettiamo a scherzare più o meno seriamente sulla possibilità di prendere un altro gelato.

Proprio in quel momento, notiamo una signora con una valigia a quadratini beige e marroni. Si guarda intorno con aria confusa, gli occhiali da sole in testa, il colorito di una pelle che tradisce la generosità di un sole deciso.

Sorry, do you know where is the Covent Garden Station? I have to go to the Central line…” ci chiede come chi, inspiegabilmente, sente l’istinto di doversi giustificare per una lingua che non è la sua, ancor prima di aprire bocca.

E’ una frazione di secondo, ma basta a darle più informazioni di quelle che cerca.

Lo sguardo le cade sulle coppette quasi vuote e le viene spontaneo controllarci gli angoli della bocca. Perché, in quel caso, sarebbe già pronta a offrirci un fazzoletto. Lo chiede con la certezza di chi sa già la risposta e ne va troppo fiera per non volerla sentire ad alta voce.

“Ma siete italiane?”

Sorridiamo, sorride. Ha smesso di piovere.

Illustrazione di 4 Rooms and the Moon.

IK

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