Diario di una schiappa. Come questa città mi ha cambiato, in meglio e in peggio: lo sport

Se una volta mi avessero detto che sarei stata una di quelle persone che fanno sport prima di andare al lavoro avrei sicuramente riso di gusto.

Son sempre stata sportiva o abbastanza sportiva (con una pausa universitaria in cui, diciamo, lo sport era l’ultimo dei pensieri, come del resto la salute psicofisica in generale) ma a Londra la mia attività aerobica e anaerobica ha avuto un graduale intensificarsi. Non posso ignorare che possa esser anche dovuto al passaggio dai venti ai trent’anni, e quindi alla presa di coscienza della mia decadenza, ma credo anche che questa sia una città che spinga le persone – a parte i casi senza speranza-  a diventare più attive, perché attivi qua paiono tutti (e includo anche quelli che paiono e basta, insomma quelli che si vestono da sport come dei manichini della Nike, e poi vanno a al cafè a prendere il cappuccino con il croissant e tornano a casa).

Londra è una città che ti spinge a provare, che ti fa sentire libera di fare un po’ tutto quello che ti gira. Non esiste il concetto di bella figura, come quello di figura di merda. Quindi, facile rimuovere i paletti e dirsi: Let’s do it!

Qua ho provato arrampicata, zumba (un disastro da non ripetere), pesi, thai chi, pilates, boxing, danza del ventre (lasciamo perdere 2),  funky, yoga, kombat, lancio del giavellotto (no, questo no). Per qualche tempo ho anche fatto Insanity, 45 minuti di pura follia aerobica fra salti, flessioni, ginoflessioni e rimbalzi e per un periodo ho seguito degli allenamenti militari in un parco.  Due anni fa mi son trovata in mezzo alla mezza maratona di Hackney, quasi per caso. L’anno scorso ho partecipato a una corsa benefica nel fango con le mie colleghe.

A Londra ho anche iniziato ad andare a nuotare all’aperto tutto l’anno, quindi anche d’inverno. Ci sono tantissime piscine riscaldate sparse per la città (anche se io ho un debole per il Lido di London Fields). E’ bellissimo nuotare, soprattutto al gelo, ho scoperto. Ma non son le terme appunto, bisogna nuotare e – anche a pochi gradi sopra lo zero –  si incontrano famigliole con giovane prole e giochini acquatici al seguito (mamme paranoiche italiane, notate bene).

Qua ho anche iniziato a correre con assiduità, per pura imitazione all’inizio e perché ero una studentessa con pochi liquidi.

A Londra tutti corrono a qualsiasi ora in qualsiasi modo: ho visto una volta uno correre in ciabatte, un’altra uno in camicetta – ed era una camicetta stirata. È prassi vedere papà o mamme  che corrono al parco con il passeggino, solo che una volta ho visto un daddy correre veramente veloce, tanto che in Italia l’Associazione Genitori gli avrebbe sequestrato il passeggino, credo. Per ultimo ho visto un papà sullo skate che trainava un bel passeggino con due gemelli (dico, uno così? I love you, daddy).

I londinesi son diventati così fanatici della corsa che a volte se cammini quasi ti guardano veramente con sospetto. E cosa dire di quelli che vanno con lo zainetto in ufficio correndo? Spuntano ovunque, in qualsiasi angolo della città, da Trafalgar Square, a Oxford Circus a King’s Cross. Sono temerari, non li ferma nessuno. Appena arrivata li osservavo come degli animali curiosi, di cui non comprendevo la specie. Ecco, lo ammetto, ogni tanto, quando il tempo stringe, ormai lo faccio anche io. La mutazione è avvenuta! E poi diciamolo, che bello respirare a pieni polmoni lo smog.  Un po’ di genuino inquinamento, suvvia.

Ma ormai ne sono cosciente, a Londra non mi sentirò mai abbastanza sportiva. Ci sarà sempre qualcuno più estremo, qualcuno più sportivo di me: vedi la mia collega che corre sempre, dico sempre (ha ammesso che sogna anche di correre) e fa le ultra maratone  – ovvero si parla di 70/80 km e non in una settimana- . In confronto, le mie corse ? Il giro dell’isolato per far orinare il cane.

Leggi la seconda parte: il cibo

Annina sport by Simona De Leo

Leggi anche il blog di Anna: Mai Leggera.
Illustrazione a cura di Simona De Leo.
Il riferimento al libro “Diario di una schiappa” di Jeff Kinney è da intendersi come puro omaggio.