Cuori di legno e dispense affollate

Quando mi sono trasferita in Inghilterra per fare la ragazza alla pari, dicevamo, sono scesa dall’aereo e da qualche parte c’era già una casa che mi aspettava. La moquette color verde chiaro appoggiata su quasi ogni superficie calpestabile. Una stanza pulita, lenzuola cambiate, asciugamano piegate a un angolo del letto come se fosse un albergo.

Le famiglie inglesi che decidono di ospitare una au pair sono generalmente benestanti, al punto che in un Paese dove il prezzo degli immobili incrementa più del doppio ogni decennio possono permettersi di avere una stanza in più. Nel mio caso, un piano in più.

“Questo è il tuo piano. La tua stanza è quella, ma qui ce n’è un’altra che puoi usare se hai qualcosa in più, se devi stendere i vestiti. Insomma, questo è il tuo piano”.

Avevo avuto delle stanze certo. In casa con i miei e poi in casa con altri studenti all’università. Avevo avuto anche mezza stanza, a essere proprio sincera. Perché il centro di Roma costava tantissimo e quindi ci dovevamo stringere. Ma un piano. Un piano tutto intero mai.

Aspetto che finiscano i rumori dalla cucina. È venerdì. Sono arrivata ieri. Così sabato e domenica mi ambiento e poi lunedì si comincia. La porta si apre e si chiude di nuovo. La giornata della family inizia mentre fuori credo ci siano un paio di gradi sotto lo zero. Il vialetto davanti alla porta verde si è svuotato. Lo guardo dalla finestra del pianerottolo.

Appena metto un piede al piano terra sento un tonfo alla porta d’ingresso. Che faccio, vado a guardare? Mi prendo di coraggio e mi sento una cretina. È la posta. Già, c’è una fessura nella porta, come nei film. La scritta MAIL in stampatello e dorata. E buttano tutto dentro da lì. Raccolgo le lettere sbattute per terra e le impilo ordinate sul tavolo dell’ingresso. Ora, mi dico, inizia l’avanscoperta.

Dopo aver aperto per un po’ quella porta verde con il mio mazzo di chiavi, aver sentito il tonfo delle lettere giù per la fessura e aver poggiato i piedi nudi sulla moquette verde chiaro e tiepida ogni mattina per mesi, tutto è diventato naturale. Anche il fatto che ci siano decine di fotografie dappertutto a ricordarci quanto siamo felici. I genitori, i nonni, i nonni dei nonni. Host Bambina immortalata sui  muri. Una foto per ogni anno di scuola. La cravatta stirata, perfetta.

Che le porte non abbiano una serratura e una chiave. Nemmeno in bagno. Perché siamo una famiglia. Non ci nascondiamo niente, noi. E io? A dire BUSY ad alta voce, tutte le volte che sento il rumore di piedi davanti alla porta. Non si sa mai.

Che le tapparelle non esistano. E nemmeno le tende pesanti. Ho una tendina sottile bianca e con il sole bassissimo tutto britannico. Mi sveglio presto sempre, anche nel weekend. No, non mi sono abituata. E alle 6:30 c’è una luce che sembra Ferragosto.

Che nonostante glielo abbiamo fatto capire in tutti i modi che sì, si può avere un rubinetto unico da cui escono acqua calda e fredda insieme, a loro piace così. Due rubinetti. Uno ti scotti, uno congeli. That’s it.

Che le dispense siano affollate. Non c’è spazio per uno spillo. La spesa arriva a casa una volta a settimana. Un omino tutto arancione che suona alla porta e ti porta dentro l’impossibile. Pieno, tutto pieno. E quando finisce lo spazio. Sù! Sopra lo stipetto. Ma le mangiamo, tutte queste cose? No. Alcune scadono e le buttiamo via.

Che quando cucino porta serrata, cappa al massimo e balcone aperto. L’odore della cucina deve restare in cucina e guai a farlo arrivare altrove.

Che i piatti non si lascino nel lavello, mai. Finisci di mangiare e devi lavare. E poi asciugare e mettere a posto ogni cosa. Qualcuno ancora mangia e tu stai già lavando il tuo piatto. Poi lo asciughi e lo metti a posto. Lo scolapiatti è lì e nemmeno lui si ricorda perché. Una catena di montaggio impeccabile per sbarazzarsi velocemente delle prove del pasto. Che per molti, da queste parti, è solo sopravvivenza. Una cosa che si fa per sopravvivere, mica per stare insieme! Ognuno con i suoi orari, ognuno con i suoi tempi.

Che quando viene qualcuno, chiunque, si faccia il tè. Operai, giardinieri, vicini di casa passati a chiedere qualcosa. Tutti vogliono una tazza di tè. A qualsiasi ora del giorno.

Che ci siano i cuori di legno con le citazioni zuccherose intagliate. Sono appesi in giro. E ogni tanto ne spuntano di nuovi. “Ricetta per la felicità”. “Moglie adorabile”. “Canta come se nessuno ti stesse ascoltando”. “Si può sempre ricominciare”. “Casa è dov’è il cuore”.

E questo però è vero. E tutte le volte che ci penso quel cuore si stringe. Perché faccio parte di una generazione che ha avuto la fortuna di poter aprire gli occhi sul mondo attraverso uno schermo, ma la condanna di dover vedere, da quello stesso schermo e solo da quello schermo, i propri genitori invecchiare, i fratelli crescere, i cugini diventare più alti. E le persone dimenticarsi di te. Dimenticarsi chi sei.

E casa mia. Casa mia dentro uno schermo. Da tanti anni, da troppo tempo.

C’è un cuore di legno da qualche parte in Sicilia, come quello delle case inglesi e l’ho comprato io. In una casa bianca e rossa. Col tetto piatto e di fronte il mare.

“Casa è dov’è il cuore”.

Chiara Fratantonio

Mi chiamo Chiara, ho 26 anni e sono una ragazza alla pari da un anno e mezzo. Da un po' di tempo ho aperto un blog per aiutare i ragazzi e le ragazze che vorrebbero fare questa esperienza. Se anche tu sogni di trasferirti a Londra, partire come RAGAZZA/RAGAZZO ALLA PARI è il modo più facile, efficace ed economico per farlo!
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